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Da Sud-Ovest a Nord-Est

F1000031La traversata fu lunga faticosa e rischiosa. Cominciò con un ostacolo. Uno sperone duro e inamovibile costrinse a un aggiramento che comportò manovre non previste, con conseguente consumo di energia, ormai agli sgoccioli, e tempo. Si provò prima a destra, da dove proveniva un bagliore che faceva immaginare un percorso liscio e aperto. Al contrario, dopo poche rischiosissime mosse, ci si accorse che quella luce quasi accecante era il riflesso della superficie liscia e viscida che respingeva ogni corpo che volesse posarvisi, come una biscia che guizza e non si fa prendere. Si decise quindi di virare a sinistra. Iniziarono le fasi di arretramento e spostamento dall’asse direzionale che sottrassero ulteriori risorse di energia e accorciarono il tempo utile, mettendo in serio pericolo la riuscita dell’impresa. Pur con tutte le dovute precauzioni, non si riuscì ad evitare la collisione con un corpo non identificato, che danneggiò l’involucro da qualche parte. All’arrivo si sarebbero verificati i danni, adesso conveniva ripartire per non mandare in fumo l’impresa che si doveva concludere di lì a poco, pena il fallimento del progetto. E questo sarebbe stato un ulteriore problema. A sinistra tutto andò bene, anche se ci volle parecchio.

Si cominciò finalmente il viaggio.

Lontano appariva l’orizzonte nessun ostacolo per raggiungerlo. Subentrò un certo rilassamento, tutto era ugualmente piatto e noto. Qualcosa passò davanti all’improvviso talmente fulminea da non dare modo di comprenderne né la forma né la dimensione, e costrinse a una brusca frenata. Tutto il carico venne catapultato in avanti, rendendo precario l’equilibrio del mezzo che caracollò e dette l’impressione di crollare. Dopo alcune scosse di assestamento parve ritornare la stabilità e si decise di ripartire, questa volta senza abbassare la guardia. Tra i tanti viaggi effettuati, era la prima volta che si verificava un evento simile e questo creò parecchio spavento. Era forse un segnale? E di che cosa poi? Si decise di non tenerne conto. Si ripartì e tutto filò liscio. Finalmente la stabilità, il viaggio come doveva essere il viaggio, intermezzo tra un posto e un altro tra una vita e un’altra. Il viaggio come viaggio. Questa volta però era solo un traghettamento, il trasferimento di un carico pesante e prezioso, di cui ci si era preso l’impegno e la responsabilità. Non senza titubanza. Il fallimento avrebbe infatti decretato la fine del mezzo di trasporto, che si era sempre distinto per la assoluta affidabilità. La sfida era stata dunque raccolta, il rifiuto stesso avrebbe segnato negativamente il suo futuro. Ad un tratto squittìì ragli rantoli sbattiti d’ali. Niente da una parte niente dall’altra ma inequivocabile il rumore assordante di mostri volanti e il relativo spostamento d’aria. Cosa succedeva?

L’andatura a zig zag tentava di evitare lo scontro che sembrava inevitabile ma nulla cambiava. Quel fragore assurdo nell’aria in alto era forse la fine del mondo? La rassegnazione e il fatalismo sembrò l’unica via d’uscita non si può combattere contro ciò che non si vede. Per la prima volta il mezzo cedeva le armi e lo faceva di fronte a un ostacolo che non poteva prevedere. Ma tutto finì. Nulla sembrava essere successo. Meglio non farsi domande, bisogna arrivare presto, subito! Si ripartì a denti stretti. Dopo un lungo tempo di viaggio calmo e a rischio sonnolenza, un cigolìo dapprima impercettibile poi trasformatosi in un boato col sistema causa-effetto fece tremare tutta la struttura che si piegò su un fianco in prossimità di schiantarsi. Con la determinazione e la forza che viene in soccorso nelle situazioni estreme si riuscì ad evitare il collasso, ma si dovette riprendere il viaggio con una inclinazione che virava al livello d’orizzonte. Ormai la meta era visibile, bastava poco e con la massima precauzione si poteva anche arrivare. Si doveva. Poi però bisognava guardare in faccia la realtà: forse, dopo tanto viaggiare, era venuto il momento di fermarsi. Le strutture non reggevano più e bisognava lasciare il passo a mezzi moderni.

Ma forse era sufficiente cambiare qualche parte. Le nuove tecnologie potevano fare miracoli, anche rinnovare pezzo per pezzo quella che poteva sembrare un’inutile carcassa, che aveva invece un’anima ancora viva e vitale. All’arrivo si dovevano cercare i tecnici migliori e i ricambi più nuovi, costi quel che costi. Ora il viaggio era faticoso, a tratti quasi insostenibile. L’inclinazione faceva perdere l’orientamento e occorrevano tanti piccoli scarti per ritornare sulla rotta.

Piano piano, tutto lo sforzo concentrato a percorre l’ultimo tratto, con quell’orrendo stridore che faceva pensare a un possibile crollo totale da un momento all’altro finalmente il piede toccò la poltrona e il vecchio corpo con le ossa divorate e i muscoli liofilizzati vi si lasciò cadere.

_Giò_

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Tot va bé

klokke oransjerosaVivo in un paese dove tutto funziona. E finalmente capisco l`alto
tasso di suicidi.

Questa mattina mi sono ritrovata a leggere un post su come combattere
la noia. Ironico: mi stavo annoiando. Al lavoro certi giorni si sente
solo l`eco della pioggia e i rumori dei turisti che passeggiano,
fuori. Di solito rifiuto con una certa orgogliosa ostilita` di leggere
cio` che sembra avere un retrogusto zen di auto-convincimento e
filosofia spiccola. Ma oggi non riuscivo a smettere.

Il post in questione descriveva cause ed effetti della noia,
definendola come il risultato di ansia crescente, frustrazione
compulsiva e bassa autostima. Volevo proprio vedere dove andava a
parare! In realta`, piu` leggevo piu` mi sembrava familiare. “Ci
annoiamo perché siamo abituati a trarre piacere da una serie di
attività realmente molto limitata. Guardare un film, mangiare
determinati tipi di cibi, leggere, chiacchierare con un amico, sognare
ad occhi aperti etc. Nel momento in cui non svolgiamo una di queste
attivita` ci sentiamo annoiati, e tendiamo a lamentarci di tutto”. Il
risultato finale e` una reazione a catena per cui o ti annoi, o fai le
solite cose che ti fanno sentire bene.. finche` non ti annoi anche di
quelle. E alla fine ripeti all`ìnfinito le stesse azioni, ti rifugi
dietro le certezze acquisite e nella noia ti senti in qualche modo al
sicuro.

Oh cazzo! La prima reazione e` la conferma della mia ostilita` per le
chiacchiere zen: questa tendenza all`autocommiserazione seguita da
soluzioni da quattro soldi in stile big-life-change mi fanno venire
l`oritcaria. La seconda reazione e` lo stupore: confido a me stessa di
essere profondamente annoiata. Mi rendo conto di essermi attaccata
morbosamente ad una routine vuota, fatta di meccanismi cosi ben oliati
da non richiedere nessuno sforzo ulteriore. Ogni forma di novita` mi
rende ansiosa e dunque frustrata, inadeguata, inappropriata. Eppure
agogno il cambiamento, l`inaspettato, la sfida. O forse semplicemente l`aspetto.

Quando sono diventata questa persona?
E` come quando ingrassi senza controllo. Mangi, come sempre, le stesse
cose, non ci badi nemmeno, i vestiti ti entrano, sono sempre quelli..
poi un giorno ti guardi e ti ritrovi con 10 kili di troppo, anche le
mutande ti stanno strette e tu sei un`altra.
Questa volta io sono ingrassata di noia.

Vivo in un paese devo tutto funziona. Gli stipendi sono alti, la
burocrazia non esiste, lo stato sociale invece esiste per davvero, le
persone sono (se non proprio gentili) di sicuro disponibili, i mezzi
pubblici funzionano bene e le distanze sono minime. La vita e` facile,
ci si arrabbia di rado e tutto fila liscio. Lavoro in centro ma sono
sicura di non fare mai tardi: il bus passa puntualmente alle 8.34 e in
10 minuti sono al negozio. Faccio la spesa al supermercato sotto casa,
due passi e due piani d`ascensore, zero fatica. Ho tempo di andare in
palestra, vedere un film dopo cena, fare una birra con qualche amico
nel weekend. Invidiabile no?

Eppure mi ritrovo ad avere nostalgia della fila in macchina, quando
nel traffico canti a squarciagola la canzone che passano alla radio.
Non sai il titolo, ma la passano ogni mattina mentre sei imbottigliata
per le vie della citta`. E il tipo nella macchina di fianco legge il
giornale e la tipa dietro di te si trucca allo specchietto, perche` ha
dormito 5 minuti in piu` prima di uscire. Mi manca quella speranza che
ti fa credere che forse oggi non ci sara` fila, che forse oggi il
solito Suv non ti tagliera` la strada.. Mi manca quel senso di
liberazione mentre gridi un vaffanculo al motorino che ti supera da
tutte le parti!

Ho nostalgia dell`attesa alla posta, quando ti arrabbi perche`
l`impiegata si sta limando le unghie mentre aspetti, quando la signora
vicino a te passa mezz`ora al telefono per ammazzare il tempo e alla
fine la conosci meglio della tua migliore amica, quando tenti di
contare quanti numeri ci sono tra il 186 e il tuo 235.

Ho nostalgia delle calde serate afose di Luglio, a mangiare gelato
prima che si sciolga. Quel caldo insopportabile che ti annebbia i
pensieri, che ti fa sudare anche se stai fermo, che ti brucia i piedi
quando cammini sull`asfalto con l`infradito.

Vivo in un paese dove tutto funziona. Mi sono lamentata del tempo
perche` piove sempre. Della qualita` del cibo, che a noi italiani fa
ribrezzo (ed ossessione). Del buio, che ti fa dormire 10 ore al giorno
e altrettante di notte. Della gente, fredda in un paese freddo. Anche
di lamentarmi mi sono annoiata.

Vivo in un paese fatto di montagne, ma dove la vita e` piu` piatta di un LP.
Mi ritrovo a nutrirmi di noia, ad avere paura di allontanarmi dai miei
percorsi ormai ben rodati, a sperare che qualcosa mi dia la scossa.
Quando sono diventata questa persona non lo so, come ci sono diventata
si. Vivo in un paese dove tutto va bene, dove la necessita` di
interagire e` ridotta al minimo, dove ognuno e` autosufficente e
indipendente, geneticamente incapace di provare emozioni al di fuori
della routine di un sabato sera da ubriaco.

E` tempo di tornare a casa. Dove non funziona niente, dove fatichi ad
arrivare a fine mese, dove il traffico ti stritola e tutti sono sempre
incazzati. Dove devi ingegnarti a sopravvivere per ogni minima cosa.

Dove non hai modo di annoiarti e sai per certo di essere viva.

_Martina Zipoli_

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Roma in tram

atacCome è successo per la maggior parte delle cose della mia vita, anche ai mezzi pubblici romani sono stato iniziato da una donna. Quando andai a trovarla per la prima volta e fummo sull’autobus le chiesi del biglietto e lei si mise a ridere. Non sapevo ancora che i veri romani il biglietto non lo fanno. Mai.
Il mio motto da studente era “Io alle otto di mattina non ci credo, però esistono. Le otto di mattina sono la prova incontrovertibile dell’esistenza del male”. Adesso ogni giorno le otto di mattina mi vengono sbattute in faccia e l’effetto è sempre devastante. Succede perché lavoro. Lavoro a Roma da un anno e faccio parte dell’orgogliosa, variopinta e disarmante comunità dei fruitori dei mezzi pubblici. Ogni mattina impiego quarantacinque minuti a raggiungere il posto di lavoro, e sono fra quelli maledettamente fortunati.
Il sottobosco dei mezzi pubblici romani è fatto di regole non scritte e tecniche che devi imparare se non vuoi soccombere.
Il mio primo giorno di lavoro, arrivai in ritardo. Il tram 19 si presentò sferragliando come una vecchia giumenta meccanica. Quando si aprirono le porte pensai che semplicemente non era possibile. Centinaia di corpi erano ammassati là dentro, l’uno sull’altro. E la cosa peggiore era che quelli in prima fila mi fissavano. Come a dire: non ci provare nemmeno. Davanti a me ne passarono in quel modo almeno tre.
Non conoscevo ancora la tecnica.
La tecnica è quella di buttarsi a capofitto in mezzo alle persone senza pensarci due volte, qualunque cosa succeda. Allora ti rispetteranno e ti faranno spazio, accogliendoti come uno di loro. Una regola importante però è quella che se sei tu a essere in prima fila devi scendere – letteralmente – dal tram per far passare quelli che vogliono uscire. Non ti devi allontanare troppo dalla porta però, altrimenti sei fottuto. Qualcuno più esperto di te ti passerà avanti e tu rimarrai fuori.
E’ tutta una questione di metodo, tempistiche e punti di vista.

Prendendo sempre lo stesso autobus tutte le mattine cominci a riconoscere le facce stravolte che sono intorno a te. Con alcuni finisci per parlarci – soprattutto quando l’attesa va oltre la mezz’ora – con altri non ci parlerai mai, semplicemente perché non succede.
Impari le dinamiche.
Per esempio se piove, ragazzo, esci un po’ prima di casa, perché succederà qualcosa di strano da qualche parte che bloccherà il traffico e causerà un ritardo. Una sorta di effetto farfalla che potrebbe colpire proprio te. Vivendo a Roma ho imparato che al tempo di percorrenza stimato per raggiungere un qualsiasi posto devi aggiungere dalla mezz’ora all’ora in più. Perché può succedere qualsiasi cosa. Dal motorino che si spatascia per terra, al tram che si blocca in mezzo ai binari, oppure le due o tre sigarette in più fumate dagli autisti, arrivati al capolinea – non ho mai visto un autista non fumatore; credo che non esistano.
Quando finalmente riesci a salire su un autobus – possibilmente quello giusto – si attivano altre dinamiche non scritte, ma molto precise. Per esempio, quando si libera un posto alla stessa distanza fra due persone, scatta un muto duello che è un misto fra il rubabandiera, mezzogiorno di fuoco e il gioco del coniglio di Gioventù Bruciata. In un millesimo di secondo valuti chi è più vicino e quindi avrebbe diritto a sedersi. In questa valutazione però conta anche quanto sei stanco, quanto sei incazzato e altri coefficenti millesimali, come l’età e il sesso dell’altra persona, quante fermate ti mancano prima di scendere, eccetera. Chi fa la prima mossa, di solito vince; chi è troppo di buon cuore, di solito perde.
A volte non sei per niente di buon cuore.
La mattina, per esempio, una delle sacre regole fondamentali è che non ti ci devi nemmeno provare a tenere il posto per il tuo amichetto che è rimasto indietro. Se non è stato abbastanza veloce, o furbo, la legge di sopravvivenza cadrà su di lui come un’incudine, e rimarrà in piedi.

All’inizio per me era un po’ strana questa storia del biglietto, ma anche lì la tecnica è molto semplice. Basta sedersi dalla parte destra del tram e se alla fermata avvisti una camicia azzurra, significa che devi scendere. La camicia azzurra è l’uniforme dei controllori d’estate; d’inverno non so cosa si mettano perché quando scende il freddo i controllori sembrano sparire dalla faccia della terra – fortunatamente. Ci sono altre tecniche, come per esempio sedersi vicino all’obliteratrice e timbrare di corsa al primo avvistamento, ma cose così sono per chi ha occhi di falco e sangue freddo.
Quelli veramente esperti non pagano nemmeno la metro. Nella confusione delle sette s’infilano fra i portelli di chi viene prima di loro, oppure passano dalla parte degli abbonamenti, facendo finta di cercarlo nel portafogli e ostentando una faccia tosta invidiabile.
Un’altra regola è che chi è seduto dalla parte del corridoio, anche se il seggiolino vicino a lui è libero, non si sposterà mai. Se vuoi sederti devi chiedergli di spostare le gambe per sgusciargli di fianco. La ragione di ciò mi è un po’ oscura. Forse stanno più comodi vicino al corridoio, forse stanno adottando la tecnica del “scappa se vedi la camicia azzurra” e naturalmente necessitano di tutta la mobilità possibile per sfuggire ai controllori, nel caso questi decidessero di uscire dal loro guscio per fare razzia.
Un discorso a parte lo meritano i notturni. Avete mai giocato alla roulette russa? Nemmeno io, ma prendere un notturno a Roma ci si avvicina parecchio.
Dopo la mezzanotte si apre un mondo di linee tutto diverso. Sono le famigeratissime “enne”. N10, N4, N32 e via così. Chi non abita a Roma pensa che la N stia per “Notturno”, ma noi sappiamo che in realtà significa “Noncisperare”.
L’attesa del suddetto notturno può andare dai cinque minuti – se hai proprio culo eh – a oltre la mezz’ora. Non c’è una via di mezzo: o cinque minuti o tre quarti d’ora. E’ uno di quei paradossi tipo Achille e la tartaruga e bisogna prenderlo così com’è. La cosa più strana di tutta quell’attesa è che il notturno classico di solito va a una velocità folle. Appena sali devi afferrarti a qualcosa entro tre secondi, perché ripartirà sgommando ancor prima che le porte siano chiuse. E poi via in mezzo alle strade – per una volta – deserte.
Il notturno è un territorio franco, senza regole. L’autista di solito fuma con il finestrino aperto, ascolta la musica e non risponde quasi mai a nessuna delle tue domande. In tutto il resto dell’autobus accadono le cose più strane. Mi è capitata gente che si tagliava le unghie dei piedi, spagnoli che gridavano a squarciagola le loro interessantissime opinioni, gruppi veramente tanto ubriachi. Lo strafatto di coca si presenta a scadenza mensile. Una volta si rivolse direttamente a me descrivendomi le sue gesta: “Zio non puoi capire. Gli ho detto che non doveva guardarmi così zio e poi che era un vigliacco zio e se voleva fare quella figura davanti alla sua ragazza zio”. Ero sicuro al 99% che quel tipo non fosse mio nipote ma mi astenni dal farglielo notare.
La più bella fu una notte che pioveva a dirotto e il notturno era strapieno di corpi e capelli bagnati. Notavo che gran parte di quelle facce guardava dietro di me e ammiccava. C’era un cinese nei posti in fondo, con l’ombrello aperto e un sorriso beato stampato sul volto: l’acqua filtrava dal tetto e lui aveva pensato bene di ripararsi. L’autista a un certo punto si fermò e si affacciò dalla sua cabina per capire cosa stava succedendo.
“Eh, piove”, disse il cinese.
Un cenno d’assenso da parte dell’autista e ripartimmo.

I mezzi pubblici romani sono un crogiolo unico di umanità. Se vuoi davvero capire cosa pensa la gente, sali sopra un autobus alle otto di mattina e apri bene le orecchie. Spesso le persone sfogano il proprio disagio con altri sfortunati e sconosciuti pendolari. C’è un senso di cameratismo che si respira nell’aria. Accade soprattutto quando l’autobus ha più di un’ora di ritardo, oppure quando ci sono gli scioperi. Di scioperi ce ne sono a bizzeffe e vengono organizzati sempre di venerdì. Credo che sia per fare il week end lungo. All’inizio provavo un senso di costernazione, poi si trasformò in rabbia, e poi in rassegnazione. Ti devi adattare: sai quando esci di casa ma non sai quando torni – né come torni. Come quando pensi che il tuo autobus stia per arrivare e invece ne passa uno con la scritta DEPOSITO: non ci puoi fare niente. Ogni volta in questi casi qualcuno tira fuori la vecchia storia dell’aumento. Il biglietto è aumentato da 1 euro a 1,50 con uno schiocco di dita. Un vero scempio. Un motivo in più per non farlo e per guardare con bonaria compassione i turisti e i non avvezzi, che come prima cosa quando salgono su un autobus si precipitano all’obliteratrice per timbrare.
Attirato da questa succosa umanità mi trasformo in una specie di stalker. Faccio finta di leggere, ma in realtà osservo i comportamenti delle persone. La ragazza che scrive forsennatamente sul telefono, le signore che parlottano del tempo, l’uomo stravolto che sonnecchia con il cappello sopra gli occhi, il ragazzo che sbircia senza ritegno il telefono della ragazza. Ma soprattutto, cerco d’innamorarmi. Mi innamoro perdutamente almeno una volta per ogni viaggio. Innamorarsi sugli autobus è la cosa più bella e dolorosa del mondo, perché vivi tutte le fasi delle storie nel tempo di cinque fermate. L’incontro, con le farfalle nello stomaco e tutto il resto. Il periodo intermedio, quando lei abbassa gli occhi su ciò che sta facendo anziché darti attenzione. L’abbandono, quando lei scende e poi tu non la rivedrai mai più. Sono cose che ti segnano.
Nonostante i ritardi, la scomodità, il freddo acerbo e il caldo torrido, amo i mezzi pubblici di Roma. Prenderli è come percorrere le vene della città. Mi ci incazzo quasi tutti i giorni, sia chiaro, ma se fossero diversi non sarebbe lo stesso. E se non devi veramente andare da qualche parte puoi anche goderti la loro natura pittoresca.
La cosa più bella di tutte è se ti ritrovi a mezzanotte alla stazione Termini. Una volta ci sono capitato con quella ragazza che tanto tempo fa mi aveva introdotto ai segreti di questo mondo. A mezzanotte succede che parte l’ultima corsa. Gli autisti gettano contemporaneamente le loro sigarette per terra, sbuffano e salgono sul rispettivo mezzo. Ci sono degli addetti che fanno dei grandi segni con le mani, esortazioni e parolacce. A un dato segnale gli autobus partono: tutti insieme. Un gran fracasso, una matassa incomprensibile che trova da sola, miracolosamente, il proprio ordine. Ridemmo come bambini sulle giostre. Davanti a noi passò un autobus che aveva una scritta enorme su un finestrino. Era slavata e incomprensibile, fatta da un giovane arrabbiato e pieno di speranza.

Marco Bruschi

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Lavanderia Automatica

LaverieChe i panni sporchi si lavano in casa, o almeno, così era sempre stato.
La lavanderia automatica era stata il primo posto in cui si era sentita veramente sola. Fino a quel momento, tutto il resto era andato bene: il viaggio, la casa, la città, il lavoro. Gli amici, eh. Gli amici. Quelli erano in Italia, su Skype, una o due sere su sette.

Una sera si era trovata davanti l’inconfutabile fatto: la mancanza di magliette. Si era reso necessario fare questo borsone ed andare alla lavanderia automatica. In tasca, solo le monete, le chiavi e la sua musica.
Tardo pomeriggio e ormai era buio pesto da qualche ora, poche persone in giro e no, non sembravano svedesi. La lavanderia automatica era ancora illuminata. La luce al neon sfondava la vetrina e creava una piccola aureola sulla strada, sul marciapiede nero.

Era aperta fino a mezzanotte, tra il call center e il kebabbaro. Dentro, seduto su una panchina, c’era solo un ragazzo con una felpa rossa con il cappuccio tirato su, sulla testa, e un sacco vuoto, sgonfiato, ai piedi. Leggeva. Uno di quei gialli, uno di quei libri che a lei, a leggerlo quando era buio e poi a dover tornare a casa da sola a piedi, avrebbe fatto paura.

Si avvicinò ad una delle lavatrici, gettò il borsone a terra ed iniziò a tirare fuori i suoi vestiti ed introdurli attraeverso l’oblò, uno per uno. Nella maglietta verde vide il primo giorno delle vacanze, in Spagna, qualche anno prima. Gli esami erano appena finiti e Davide quell’estate le sembrava più bello di sempre, coi capelli biondo cenere e gli occhi azzurri. E lei ora era in quella stupida lavanderia a gettoni, non sapeva neanche più che fine avesse fatto, Davide.

Nella camicia bianca vide il primo colloquio di lavoro. Si rivide arrossire, giocherellare con un bottone di quella camicia. Risentì il tono asettico della voce dell’impiegata delle risorse umane che le diceva «Mi dispiace informarla che». C’erano stati tanti «No», prima di quell’aereo di sola andata.

La lavatrice iniziò a girare e rimescolare i suoi ricordi a ritmo regolare, il rumore del cestello che si intrecciava con quello della lavatrice in cui giravano i panni del ragazzo con il cappuccio rosso. Lui continuava a leggere. Lei, senza dire nulla, gli si sedette accanto.

Tirò fuori dalla tasca la sua musica e scelse una canzone che la fece subito diventare triste. O forse, scelse proprio quella canzone perchè triste, lo era già. Continuava a fissare le macchie di colore che giravano dentro all’oblò.

In quel momento il ragazzo col cappuccio rosso chiuse il libro e la guardò.

Elena C. Mitrani

@lastanzab

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Seguimi

000010“Ehi, seguimi”

Erano appena arrivati in quel bar, quello che era successo prima non se lo ricordavano, non sapevano perchè erano li. Erano in centro. Erano senza ricordi. Era notte.

Statue, immobili sotto il sole
Quattro mura grigie e un pezzo di cielo
Statue, abbandonate sul prato
un materasso e l’erba morta intorno
Questo è il giardino
Per noi
Incantato

“Dammi la mano, ti porto a casa”
“se mi stringi la mano così, ti potrei seguire ovunque; però non lasciarla, perché io da sola non so dove andare”

Camminavano a scatti. Lei sempre davanti a lui. Per tornare a casa dovevano seguire le rotaie del tram. La superficie era piana, non c’erano palazzi o negozi ,non c’erano strade o semafori, solo due rette dritte davanti a loro. In questo deserto, coprivano tutti gli spazi. Come nello spazio, le stelle.

Le statue si stanno muovendo
È bastato un attimo
la tua mano sulla mia
come il vento tra le foglie
la mia vita sulla tua
Questo è il giardino
Da noi
profanato

“non mi lascerai vero?”
“ti sto tenendo la mano, non ti lascio”
“ho la sensazione che non abbiamo molto tempo”
“Per cosa?”
“Potremmo avere solo questa notte, solo quest’estate, solo questa città, solo questa terra”
“Perchè tu conosci altri mondi oltre a questo?”

Si erano fermati. Si trovano a terra, sdraiati. Le strade e i semafori erano ritornati, cosi come i palazzi e i negozi, solo al contrario. Immobili guardavano il mondo capovolto. Avevano iniziato a parlare nelle loro lingue e ad indicare mondi lontani. Si confrontavano, si scambiavano i colori mentre la luna li faceva a strisce.

Fiori nati in silenzio
Coprono i ricordi
Dopo il nostro primo bacio
E il prato si tinge di bianco
Questo è il giardino
Per noi
Segreto

“Sei bella come un fiore ”
“ Sono solo di passaggio? ”
“Eppure io sono fermo quando ti guardo”
“Dove stiamo andando?”

Ripresero a camminare, questa volta più veloci, tagliando la città come scie d’aerei. Lui sempre davanti a lei. Andavano da una parte all’altra, lui cantava e lei nel suo suono viveva. Le loro mani non si erano mai staccate. Erano insieme. Erano ubriachi. Erano più vicini di quanto non lo erano mai stati. Era l’alba.

EPILOGO
“Non mi ricordo più come siamo arrivati a casa ieri sera dopo aver lasciato il bar.”
“Non ti ricordi niente?”
“No niente, e te?
“Solo il cielo che ci sembrava più vicino”

_Adelaide Rachia_

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15 metri quadri

F1000006
In quei quindici metri quadri c’era tutto. Musica forte, amici, non amici, stronzi, gente che parlava, bottiglie di vario uso. In quei quindici metri quadri c’era odore di fumo, legale e non. C’era chi iniziava a puzzare di alcol alle undici e un quarto di sera, chi parlava di primarie del Pd, chi dell’ultimo disco dei Nirvana come se fosse uscito ieri. Qualcuno azzardava sul prossimo dei Queens Of The Stone Age: “L’elettronica in alcune cose di Era Vulgaris era una buona idea”. “Guarda”, risponde l’altro, “secondo me era una merda”. Aggiudicato il round al difensore dello stoner originale. E come per magia dallo stereo parte “I wanna make it wit Chu”, languido pezzo blues che parla di una determinata cosa, come si può capire dal titolo. Nel brano collaborava pure Pj Harvey, e allora il cervello diventa un tutt’uno con la sensualità del brano stesso. Il vino rosso aiuta in questo turbinio di valutazioni, cazzo se aiuta.

Anche l’amico nerd di Ubuntu aiuta con le stesse valutazioni, perché dopo la sua ventottesima considerazione sull’ultimo aggiornamento di sistema ormai hai staccato il cervello da lui. Io Ubuntu lo uso come se fosse windows, solo perché non lo pago e perché mi fa andare il computer come una spada. E stacchi il cervello dal nerd anche perché dall’altra parte della stanza hai visto lei.

Lei è entrata da cinque minuti o forse da cinquanta, non è necessario sapere il quanto o il come, onestamente cambia poco sia a chi scrive, sia a chi legge. L’unica cosa importante è che lei è dall’altra parte della stanza e ridacchia con due amiche. Ha i capelli neri lunghi ma non troppo, porta un vestitino anni ’60 scuro, leggins neri, un golfino sulle spalle chiaro. “Pare tua nonna per come è vestita”, dice il nerd. Lo rispedisco da un altro amico che ha il Mac, litigate se vi piacciono le mele, Jobs o i sistemi open source. Ma che me ne importa? C’è lei dall’altra parte. Lo stereo sembra essersi bloccato sui Queens. Josh Homme sta cantando “Suture Up Your Future”, un pezzo scuro, che quando parte è rabbia inesplosa, vacuità, errare, sembra che i Queens ti stiano prendendo per il culo, vado o non vado? Per Dio, vado o non vado? Ora sono solo in mezzo, i miei pochi amici presenti sono impelagati in altri discorsi. La distanza tra me e lei diventa un corridoio di luce, intorno solo ombra. “Dress” di Pj Harvey. Non so chi ha fatto la selezione della musica, ha ottimi gusti, magari non proprio da festa a casa in stile medie, ma la roba che parte da quello stereo dal look un po’ anni ’90 mi piace, è in linea coi miei gusti. Pj mena duro su quel pezzo, ritmo incalzante da rock ispirato dagli anni ’70. Mi avvicino.

Lei ha il trucco duro intorno agli occhi ma lo sguardo è dolce e allo stesso tempo maturo. I capelli mossi, che da vicino sono ancor più neri, cadono sulle spalle evolvendosi in dei quasi ricci che evocano subito la voglia di giocarci un po’, scherzando su qualche prato in fiore. È ottobre ma fa caldo e pare maggio, se fuori passassero le rondini non mi sorprenderei. Ha un modo particolare di toccare le cose: è delicata eppure forte, stabile, tutto sembra in qualche modo ritornare a quel gusto assaporato incrociandone lo sguardo per pochi secondi. “Piacere”, dico. L’ho detto. Oh merda. “Piacere”, dice lei.
L’avevo detto davvero. “Flavia”. Ah. Aspetta, manca un pezzo: “Enrico”. A Flavia piace il grunge, a Flavia piacciono le chitarre distorte col big muff, a Flavia piacciono i musicisti. Flavia sembra essere stata presa e lanciata là dentro di peso perché stessimo lì a parlare per ore. Flavia bevicchia ma non si espone troppo, è una tipa intelligente, è sarcastica nei commenti ma traspare una certa dolcezza d’animo. Non me lo fate spiegare, tanto avete già capito tutto. In testa l’autunno che pare primavera si tramuta in qualche canzone dei Sigur Ròs. “Hoppìpolla” quando ride, “Glòsòli” quando la osservo senza ascoltarla più e divago con la mente. Ecco, esattamente quando inizia il crescendo con la batteria. Pam pam pam pam pam e l’orchestra vola e io volo con quelle note e continuiamo a parlare e mi chiedo “ma dove cazzo stavi finora? Dove ti tenevano nascosta?”.

Flavia è perfetta. Flavia è… Flavia è uno squillo di cellulare. “Scendo subito”. No, dove vai. Per Dio. Dove vai. “Mi sono venuti a prendere, devo andare. Ciao, magari ci rivediamo”. Magari nulla. Si allontana con un sorriso, il passo educato, sembra danzare sulle mattonelle.
Scende giù, vorrei scendere di corsa per le scale, andare più veloce dell’ascensore che la porta al piano terra. Rimango fermo su quel terrazzo dove eravamo usciti a parlare, via da quei 15 metri quadri con la musica alta.

C’è una macchina rossa in strada. Scende un tizio, si baciano. In testa ritornano le melodie di quella terra lontana che è l’Islanda.

“Glòsòli”, salvami tu, stasera.

_Enrico Strina_

strina.wordpress.com

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Sarajevo

sarajevo pix
Sono nata a Sarajevo nel 1990, poco prima che scoppiasse la guerra. In Italia ci sono venuta nel 1994, quando la guerra non era ancora finita.
Questa è una frase che negli anni mi sono abituata a dire spesso ogni volta che qualcuno, in qualche modo, scopriva la mia provenienza. Le domande “Ma c’era già la guerra?” e “Quand’è che sei venuta in Italia?” la facevano da padrone.
Le mie risposte sono ormai divenute meccaniche, come quando si ripetono le date di una qualche guerra in un’interrogazione di storia.

Ci penso spesso spesso a Sarajevo. Ogni volta che entro in quella città, sento di conoscerla, sento di essere a casa. In ogni posto dove sono stata non ho mai sentito un senso di appartenenza come quando sono stata lì. Credo davvero che quella città emani un’energia strana, abbia in sé qualcosa di magico. Non è solo una città, è di più.

Un po’ ci credo al soprannaturale, cioè per meglio dire, al fatto che ci sia qualcosa che vada oltre la conoscenza e la percezione. Come per esempio il cane non saprà mai dell’esistenza dei colori, noi sicuramente non vediamo e non sappiamo tante cose.
Per analogia credo che Sarajevo abbia qualcosa “oltre” dentro di sé, qualcosa nascosto a noi. Qualcosa che tiene solo per sé, qualcosa che non so neanche definire ma che sento dentro ogni volta che vedo anche solo una sua foto.

Mi ha lasciato tanto dentro. Prima di dormire mi capita spesso di soffermarmi e pensarci, a Sarajevo.

Stanotte mi sono sdraiata nel letto, ho spento la luce e mi sono messa ad ascoltare “The devil’s work” di Apparat in silenzio.
La camera buia era illuminata solo dalla luce dello schermo, la finestra era aperta e si sentiva la pioggia che cadeva indisturbata, ‘chè a quella tarda ora quasi non passavano macchine.
Ho chiuso gli occhi e ho cercato di immergermi il più possibile nei miei pensieri e ricordi su Sarajevo, come spesso mi capita di fare.

Ho pensato prima alla mia ultima visita tre anni fa, ho pensato alla penultima e poi sempre più indietro nel tempo, cercando di ricordare, cercando di non sentire altro se non i miei pensieri. Senza muovermi, per non rischiare di spostare nessun particolare dei miei ricordi.
Sono tornata indietro percorrendo i miei ricordi come si sfoglierebbe un archivio.

Ogni volta che qualcuno mi chiede se ricordo qualcosa della guerra mi viene in mente subito un particolare e sempre e soltanto quello. Ma stavolta volevo cercare in modo più accurato possibile di ricordarlo, volevo entrarci con tutta l’anima e sentirmi parte di esso, di viverlo veramente.

A Sarajevo, durante la guerra, i miei genitori e io siamo andati a vivere nella casa dei miei nonni materni. L’ho vissuta, quella maledetta guerra, nel periodo fra i 2 e i 4 anni. Ma nonostante l’età, riesco a conservare un ricordo acceso di quei giorni.
Con noi viveva anche mio zio materno, all’epoca neanche ventenne, che passava il tempo a cercare di non farmi sentire il peso della guerra, a cercare di non farmi capire cosa stesse succedendo. Spesso quando sentivamo una bomba cadere mi diceva “Come fa la bomba quando cade?” e io, bambina, imitavo quel suono, quel fischio che sentivo avvicinarsi e terminare nei pressi come un boato. Gli rispondevo imitandolo con la voce, quel suono. Mio zio era felice, mio zio mi guardava esclamando “Brava! Sei bravissima, nessuno sa fare questo suono come te!” e io ero, direi, soddisfatta di questa mia dote di imitare le bombe. Quel giorno, il giorno che ricordo, mi sono prodotta in una splendida riproduzione bellica. Dopo il boato però si sono rotti i vetri della finestra vicina.
Mia nonna è corsa a vedere se stavamo bene, c’erano vetri per terra, li ricordo bene.
Ricordo mia nonna iniziare a raccogliere questi vetri. Volevo aiutarla e così mi sono avvicinata a lei. “Non toccare i vetri che ti tagli!”. Il ricordo di solito finisce lì, ma stanotte volevo toccare quei vetri, volevo riuscire a vedere oltre.

Ma quando nella mia mente, la me stessa da piccola, ha provato a toccare i vetri, tutte le volte è tornata alla realtà. E anche stanotte, ho visto i vetri sempre più vicini e -più forte di me- mi si sono aperti gli occhi.

Non sono mai riuscita a toccare quei vetri, non sono mai a riuscita a tagliarmi neanche solo nel ricordo. Forse è perchè qualcosa dentro di me più di così non vuole ricordare.
Il mio inconscio ha deciso di lasciarmi questo segno labile, senza niente di più e niente di meno. Forse per proteggermi, forse perchè ciò che ho visto non si dovrebbe vedere né a quell’età né mai. Ma questo unico zampillo di bosniaca infanzia, vale più di mille altri, questo ricordo mi accompagna ogni giorno in ogni cosa. La consapevolezza di venire da là, di essere di Sarajevo.

In ogni posto che visiterò, in ogni dove vivrò, dentro di me ci sarà sempre Sarajevo e quei vetri non raccolti.

_Irma Misic_