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Buonanotte

linusDa qualche parte c’è un mondo fatto a forma di coperta
dove non piove mai e tutti stanno all’aria aperta.

C’è un mondo buono come il caffè al mattino
e tutti son simpatici, anche il tuo vicino.

Ci sono strade fatte solo per i piedi
dove le auto non passano, nemmeno le vedi.

Ci sono bar aperti giorno e notte
per una chiara al volo, senza fare a botte.

Ci sono spazi in città dove disegnare
senza alcun rischio di farsi ingabbiare.

Ci son persone che salutan sorridendo
ma è tutto normale, stanno solo vivendo.

In questo mondo sembran tutti gentili
ma non ci son scherzi o giochetti vili.

La gente è calma, ama anche l’arte
e non spreca tempo a falsar le carte.

Questo mondo però ancora non l’ho scovato
ma so per certo che deve essere trovato.

E mentre cerco, ostinato, lo ammetto
c’è una coperta, proprio lì, sul mio letto.

 

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Siamo in tanti, qui dentro

F1010003Sono tante le volte in cui ho creduto di reinventarmi.
Sono davvero molte le circostanze in cui ho tagliato i capelli o allungato la barba nella piena convinzione che quel gesto servisse a rendermi diverso e anonimo al mondo.

Nel tentativo di evolvere ho cambiato diverse città, compagnie, autobus e scrivanie.
Ho variato il modo di portare la camicia o i pantaloni, ho stretto di più i lacci delle scarpe pensando che mi avrebbero permesso di camminare più saldo al terreno.
Ho cambiato marca di tabacco, di cartine, comprato un accendino di colore diverso.
Così, per mettermi allegria.
Ho scovato nuovi supermercati dove fare la spesa, ‘ché mi piace perdermi tra le corsie di biscotti e alcolici.
Ho variato la dieta.
Ho dormito di più, ho dormito di meno, ho cambiato i ritmi della giornata e delle pause dal lavoro.
Ho aggiornato il curriculum.
Sono finalmente riuscito a districarmi dentro una metropolitana senza perdermi.

Mi sono messo in gioco, ho fatto nuove amicizie ed esplorato quartieri di città che non conoscevo.
Mi sono emozionato ogni volta che scoprivo un vicolo nuovo, un bar nascosto sotto qualche portico così, magari solamene camminando.
Ho imparato che significa non accontentarsi e diventare un po’ parte del luogo in cui si vive, anche se non è il proprio.
Ho fatto colazione in compagnia di amici mai più rivisti e l’ho fatta da solo, con quella tranquillità domenicale unica e godereccia. Senza sapere assolutamente cosa avrei fatto durante tutta la giornata. Forse nulla, forse un museo, forse

Ho girato in bicicletta anche se sono pigro.
Ho preso qualche taxi, perché non volevo sedere sullo stesso bus del giorno precedente. Viaggiare in taxi mi è sempre piaciuto perché rispetto ai mezzi pubblici mi è sempre parso come di essere teletrasportato a destinazione. Come in un passaggio segreto all’interno di un videogioco.

Ho provato a piangere a volte. A urlare fortissimo.

Ho comprato un nuovo cappotto, così per darmi un tono.
Ho lavato, una buona volta, gli interni della macchina.
Ho tolto ricordi dalle pareti e messi in una scatola.
Ho investito su me stesso, giocando il più delle volte d’azzardo.
Ho sperimentato nuovi lavori e nuovi mestieri, provandoci.
Ho mutato la mia percezione della fatica, sopportando orari devastanti.

Mi sono immerso nella vita di tante persone, senza chiedermi perché.
Sono anche stato distaccato, con chi non mi ha permesso altro.
Sono stato iracondo, irascibile e capriccioso. Sono stato paziente, buono, generoso, fatalista.
Mi sono cimentato in nuovi hobby.
Ho creduto fino in fondo di potere essere un altro solo perché dormivo in un letto diverso guardando un’altra fetta di cielo.
Ho camminato scalzo sull’erba e sull’asfalto, sporcandomi i piedi di nero.

Ho avuto un cane, ho odiato i gatti. Poi ne ho avuto uno.
Ho provato a riordinare la mia camera, perché con le cose al proprio posto mi sembrava di riuscire a pensare meglio.
Ho preso l’istinto per mano.

Ho provato la sensazione di essere sereno e disteso con qualcuno, senza che ci fossero complicazioni.
Ho bevuto una birra da un angolo diverso di una piazza e ho notato che sembrava più piccola, vista da li.

Ma nonostante le camicie diverse,
nonostante le città, le persone, le cose,
e nonostante i cieli che ho cambiato sulla testa,

alla fine bah.

_Alessandro Pasotti_

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Memorabilia

294533_2232243695399_7688958_nPiove

un sole di ghiaccio
su quest’erba di carta.

E io calpestandola ascolto ogni scricchiolio
e il vociare attorno è come un urlo muto
una lingua che non comprendo.

E ogni pensiero
si dipana
si srotola
s’attorciglia
si conficca
li da dove è venuto
come un dardo che ben conosce il bersaglio.

E cammino
e non guardo
e mi sforzo d’ascoltare il brusio
di quel mondo che mi giunge a tratti
intermittenti
e lampeggianti.

Galleggio come una zattera
illudendomi di fare una rotta,
ma è il mare
che invisibile
allenta le mie assi.

_Alessandro_

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Era Firenze

331296_2613715071945_2120260723_oC’era un sole limpido quel giorno e la vista metteva una gran pace. Camminando un po’ nel parcheggio cercavo di sgranchirmi le gambe, il troppo guidare mi aveva intorpidito. Mi accesi una sigaretta, mi sporsi sul cornicione di piazzale Michelangelo e guardai il panorama, non c’era nulla da fare, sembrava di ammirare una cartolina.

Era la prima volta che salivo in quel punto e la cupola di Santa Maria del Fiore troneggiava sul panorama insieme a Palazzo Vecchio e alla Basilica di Santa Croce. Tutte le case intorno sembravano, sotto di loro, una fitta coltre di nuvole basse spaccate nel mezzo dall’Arno. Era mattina presto.

A quel punto, afferrata la borsa dall’auto, mi decisi a scendere le scalinate del piazzale per scendere in città.

E ad ogni passo verso il livello del mare quelle strade di sanpietrini e ciottolato mi mettevano allegria, sarà stato il sole, la luce o vattelapescaché.

Sul lungarno c’era gente. Chi in bicicletta, con quei caschi che ancora non comprendo e la fascetta alla caviglia per stringere il pantalone, chi invece a piedi, con il cane -tripode, poraccio- a passeggio. L’aria delle nove di mattina si lasciava respirare bene però, mentre piazzale Michelangelo -dietro di me- pareva quasi spingermi un poco verso ponte della Carraia, inciampando a tratti sul marciapiede disconnesso. “Si, si, sto andando.”

Era il preludio di una primavera niente male, passata a consumarmi i tacchi su quelle quattro strade tortuose, a sbagliare strada verso San Benedetto in Alpe e a rubare maldestramente i girasoli dal campo vicino a casa. Che poi ci ho perso le chiavi, la nel mezzo, sarà stato il karma.

L’Arno, grigiastro, stonava un po’ con il verde delle colline attorno. Un paio di canoe in vogata solcavano l’acqua e si nascondevano sotto le volte del ponte. E anche da li la vista mi scippava il verbo dalla bocca, ‘ché ovunque mi voltassi c’era qualcosa da ammirare, da osservare.

E così, guardando e osservando, borsa in spalla e sole ancora obliquo negli occhi, me ne andai per la mia cattiva strada.

_Alessandro Pasotti_

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Agosto

bd5fce2ede9debada89f57c5ff14039dc127780aLentamente

scorrono sui vetri foglie di ippocastano,

e borbottando con calma si sofferma

questo treno

in stazioni di pochi mattoni, dove una fontana piange un poco

sulle mattonelle del piazzale.

E il sole, o quel che ne resta,

lancia qualche timida occhiata

fra le guglie delle colline,

e la vallata opposta pare ritirarsi

come intimorita.

L’odore della pelle

di questi vecchi sedili

spira vorticando nell’aria che corre

da un finestrino all’altro.

Dondolando sui binari m’addormento

mentre il treno delle castagne

barcolla un po’ sulla salita.

_Alessandro Pasotti_

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Tramvia, linea 2

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Lavoro in un ufficio affollato, agli angoli del centro. 

Sono cassiere in una banca e ogni giorno devo parlare con centinaia di persone. Ogni giorno alle 8:15 la macchina timbratrice da un morso al mio cartellino e lo risputa ogni sera alle 18:00.

Sono uno di quegli uomini in giacca e cravatta, quelli che per i marciapiedi della città sembrano i nuovi yuppie, con la cravatta stretta e i buoni pasto nel taschino, per risparmiare sul brunch.

I miei colleghi sono brillanti, o per lo meno ci provano ogni giorno ad esserlo. Hanno un biglietto da visita personale e su tutti c’è scritta la parola “consultant”. Mi danno pacche sulle spalle, fanno battute sulle partite di campionato, mi chiedono come è andato il weekend senza ascoltare la risposta. Però mentre lavorano tengono d’occhio il grande orologio che troneggia in ogni ufficio, per essere certi di schizzare fuori da li con tempi che nemmeno Niki Lauda.

I miei superiori, invece, pare camminino su un cuscino d’aria per i corridoi della banca. Quando incrocio il loro sguardo mi sorridono con denti da castoro. I miei superiori fanno ciao con la manina pelosa, mostrando i gemelli d’oro o d’argento ai polsini della camicia, poi si sistemano il ferma cravatta e fanno risuonare i tacchi sul pavimento di marmo. Usano il telefono aziendale per chiamate private, alla moglie, all’amante, alla badante. Non ricordano i nomi degli stagisti, uno spreco di tempo rubato alle chiacchierate interurbane. Poi, davanti alle macchinette del caffè, siamo improvvisamente tutti amici d’infanzia per i dieci minuti concessi dal contratto collettivo aziendale.

I clienti invece sono tanti, è la prima cosa che riesco a dire. Ogni benedetto giorno vedo un’infinità di facce portare al mio cospetto problemi finanziari, guardandomi come se fossi il Pontefice e potessi annullare debiti e ritardi di pagamento. Molti sono anziani, non capiscono un accidenti di quello che cerco di spiegare loro. Agitano il bastone, puzzano di naftalina e sapone di marsiglia. I clienti più giovani non sono migliori. Pretendono, non salutano, alzano la voce. Qualcuno porta con sé il figliolo pubescente per mostrargli il valore del dio denaro.

A volte vorrei falcidiarli tutti.

Comunque, a parte tutto, ogni mattina la mia sveglia suona alle 7:00 antimeridiane spaccate. Mi scrollo il mattone che porto sul petto, mi sbarbo, mi vesto e bevo un caffè pietosamente al volo. Quindi aspetto il tram con la valigetta di pelle in una mano, cercando di trovare una piccola, semplice ragione per essere di buonumore. Non la trovo.

Oggi non suonerà la sveglia però. Oggi non berrò un caffè volando verso l’ascensore. Oggi non salirò su un tram che puzza di pendolare in ansia.

Perché oggi, io, ho il raffreddore.

_Alessandro Pasotti_