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Tot va bé

klokke oransjerosaVivo in un paese dove tutto funziona. E finalmente capisco l`alto
tasso di suicidi.

Questa mattina mi sono ritrovata a leggere un post su come combattere
la noia. Ironico: mi stavo annoiando. Al lavoro certi giorni si sente
solo l`eco della pioggia e i rumori dei turisti che passeggiano,
fuori. Di solito rifiuto con una certa orgogliosa ostilita` di leggere
cio` che sembra avere un retrogusto zen di auto-convincimento e
filosofia spiccola. Ma oggi non riuscivo a smettere.

Il post in questione descriveva cause ed effetti della noia,
definendola come il risultato di ansia crescente, frustrazione
compulsiva e bassa autostima. Volevo proprio vedere dove andava a
parare! In realta`, piu` leggevo piu` mi sembrava familiare. “Ci
annoiamo perché siamo abituati a trarre piacere da una serie di
attività realmente molto limitata. Guardare un film, mangiare
determinati tipi di cibi, leggere, chiacchierare con un amico, sognare
ad occhi aperti etc. Nel momento in cui non svolgiamo una di queste
attivita` ci sentiamo annoiati, e tendiamo a lamentarci di tutto”. Il
risultato finale e` una reazione a catena per cui o ti annoi, o fai le
solite cose che ti fanno sentire bene.. finche` non ti annoi anche di
quelle. E alla fine ripeti all`ìnfinito le stesse azioni, ti rifugi
dietro le certezze acquisite e nella noia ti senti in qualche modo al
sicuro.

Oh cazzo! La prima reazione e` la conferma della mia ostilita` per le
chiacchiere zen: questa tendenza all`autocommiserazione seguita da
soluzioni da quattro soldi in stile big-life-change mi fanno venire
l`oritcaria. La seconda reazione e` lo stupore: confido a me stessa di
essere profondamente annoiata. Mi rendo conto di essermi attaccata
morbosamente ad una routine vuota, fatta di meccanismi cosi ben oliati
da non richiedere nessuno sforzo ulteriore. Ogni forma di novita` mi
rende ansiosa e dunque frustrata, inadeguata, inappropriata. Eppure
agogno il cambiamento, l`inaspettato, la sfida. O forse semplicemente l`aspetto.

Quando sono diventata questa persona?
E` come quando ingrassi senza controllo. Mangi, come sempre, le stesse
cose, non ci badi nemmeno, i vestiti ti entrano, sono sempre quelli..
poi un giorno ti guardi e ti ritrovi con 10 kili di troppo, anche le
mutande ti stanno strette e tu sei un`altra.
Questa volta io sono ingrassata di noia.

Vivo in un paese devo tutto funziona. Gli stipendi sono alti, la
burocrazia non esiste, lo stato sociale invece esiste per davvero, le
persone sono (se non proprio gentili) di sicuro disponibili, i mezzi
pubblici funzionano bene e le distanze sono minime. La vita e` facile,
ci si arrabbia di rado e tutto fila liscio. Lavoro in centro ma sono
sicura di non fare mai tardi: il bus passa puntualmente alle 8.34 e in
10 minuti sono al negozio. Faccio la spesa al supermercato sotto casa,
due passi e due piani d`ascensore, zero fatica. Ho tempo di andare in
palestra, vedere un film dopo cena, fare una birra con qualche amico
nel weekend. Invidiabile no?

Eppure mi ritrovo ad avere nostalgia della fila in macchina, quando
nel traffico canti a squarciagola la canzone che passano alla radio.
Non sai il titolo, ma la passano ogni mattina mentre sei imbottigliata
per le vie della citta`. E il tipo nella macchina di fianco legge il
giornale e la tipa dietro di te si trucca allo specchietto, perche` ha
dormito 5 minuti in piu` prima di uscire. Mi manca quella speranza che
ti fa credere che forse oggi non ci sara` fila, che forse oggi il
solito Suv non ti tagliera` la strada.. Mi manca quel senso di
liberazione mentre gridi un vaffanculo al motorino che ti supera da
tutte le parti!

Ho nostalgia dell`attesa alla posta, quando ti arrabbi perche`
l`impiegata si sta limando le unghie mentre aspetti, quando la signora
vicino a te passa mezz`ora al telefono per ammazzare il tempo e alla
fine la conosci meglio della tua migliore amica, quando tenti di
contare quanti numeri ci sono tra il 186 e il tuo 235.

Ho nostalgia delle calde serate afose di Luglio, a mangiare gelato
prima che si sciolga. Quel caldo insopportabile che ti annebbia i
pensieri, che ti fa sudare anche se stai fermo, che ti brucia i piedi
quando cammini sull`asfalto con l`infradito.

Vivo in un paese dove tutto funziona. Mi sono lamentata del tempo
perche` piove sempre. Della qualita` del cibo, che a noi italiani fa
ribrezzo (ed ossessione). Del buio, che ti fa dormire 10 ore al giorno
e altrettante di notte. Della gente, fredda in un paese freddo. Anche
di lamentarmi mi sono annoiata.

Vivo in un paese fatto di montagne, ma dove la vita e` piu` piatta di un LP.
Mi ritrovo a nutrirmi di noia, ad avere paura di allontanarmi dai miei
percorsi ormai ben rodati, a sperare che qualcosa mi dia la scossa.
Quando sono diventata questa persona non lo so, come ci sono diventata
si. Vivo in un paese dove tutto va bene, dove la necessita` di
interagire e` ridotta al minimo, dove ognuno e` autosufficente e
indipendente, geneticamente incapace di provare emozioni al di fuori
della routine di un sabato sera da ubriaco.

E` tempo di tornare a casa. Dove non funziona niente, dove fatichi ad
arrivare a fine mese, dove il traffico ti stritola e tutti sono sempre
incazzati. Dove devi ingegnarti a sopravvivere per ogni minima cosa.

Dove non hai modo di annoiarti e sai per certo di essere viva.

_Martina Zipoli_

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Roma in tram

atacCome è successo per la maggior parte delle cose della mia vita, anche ai mezzi pubblici romani sono stato iniziato da una donna. Quando andai a trovarla per la prima volta e fummo sull’autobus le chiesi del biglietto e lei si mise a ridere. Non sapevo ancora che i veri romani il biglietto non lo fanno. Mai.
Il mio motto da studente era “Io alle otto di mattina non ci credo, però esistono. Le otto di mattina sono la prova incontrovertibile dell’esistenza del male”. Adesso ogni giorno le otto di mattina mi vengono sbattute in faccia e l’effetto è sempre devastante. Succede perché lavoro. Lavoro a Roma da un anno e faccio parte dell’orgogliosa, variopinta e disarmante comunità dei fruitori dei mezzi pubblici. Ogni mattina impiego quarantacinque minuti a raggiungere il posto di lavoro, e sono fra quelli maledettamente fortunati.
Il sottobosco dei mezzi pubblici romani è fatto di regole non scritte e tecniche che devi imparare se non vuoi soccombere.
Il mio primo giorno di lavoro, arrivai in ritardo. Il tram 19 si presentò sferragliando come una vecchia giumenta meccanica. Quando si aprirono le porte pensai che semplicemente non era possibile. Centinaia di corpi erano ammassati là dentro, l’uno sull’altro. E la cosa peggiore era che quelli in prima fila mi fissavano. Come a dire: non ci provare nemmeno. Davanti a me ne passarono in quel modo almeno tre.
Non conoscevo ancora la tecnica.
La tecnica è quella di buttarsi a capofitto in mezzo alle persone senza pensarci due volte, qualunque cosa succeda. Allora ti rispetteranno e ti faranno spazio, accogliendoti come uno di loro. Una regola importante però è quella che se sei tu a essere in prima fila devi scendere – letteralmente – dal tram per far passare quelli che vogliono uscire. Non ti devi allontanare troppo dalla porta però, altrimenti sei fottuto. Qualcuno più esperto di te ti passerà avanti e tu rimarrai fuori.
E’ tutta una questione di metodo, tempistiche e punti di vista.

Prendendo sempre lo stesso autobus tutte le mattine cominci a riconoscere le facce stravolte che sono intorno a te. Con alcuni finisci per parlarci – soprattutto quando l’attesa va oltre la mezz’ora – con altri non ci parlerai mai, semplicemente perché non succede.
Impari le dinamiche.
Per esempio se piove, ragazzo, esci un po’ prima di casa, perché succederà qualcosa di strano da qualche parte che bloccherà il traffico e causerà un ritardo. Una sorta di effetto farfalla che potrebbe colpire proprio te. Vivendo a Roma ho imparato che al tempo di percorrenza stimato per raggiungere un qualsiasi posto devi aggiungere dalla mezz’ora all’ora in più. Perché può succedere qualsiasi cosa. Dal motorino che si spatascia per terra, al tram che si blocca in mezzo ai binari, oppure le due o tre sigarette in più fumate dagli autisti, arrivati al capolinea – non ho mai visto un autista non fumatore; credo che non esistano.
Quando finalmente riesci a salire su un autobus – possibilmente quello giusto – si attivano altre dinamiche non scritte, ma molto precise. Per esempio, quando si libera un posto alla stessa distanza fra due persone, scatta un muto duello che è un misto fra il rubabandiera, mezzogiorno di fuoco e il gioco del coniglio di Gioventù Bruciata. In un millesimo di secondo valuti chi è più vicino e quindi avrebbe diritto a sedersi. In questa valutazione però conta anche quanto sei stanco, quanto sei incazzato e altri coefficenti millesimali, come l’età e il sesso dell’altra persona, quante fermate ti mancano prima di scendere, eccetera. Chi fa la prima mossa, di solito vince; chi è troppo di buon cuore, di solito perde.
A volte non sei per niente di buon cuore.
La mattina, per esempio, una delle sacre regole fondamentali è che non ti ci devi nemmeno provare a tenere il posto per il tuo amichetto che è rimasto indietro. Se non è stato abbastanza veloce, o furbo, la legge di sopravvivenza cadrà su di lui come un’incudine, e rimarrà in piedi.

All’inizio per me era un po’ strana questa storia del biglietto, ma anche lì la tecnica è molto semplice. Basta sedersi dalla parte destra del tram e se alla fermata avvisti una camicia azzurra, significa che devi scendere. La camicia azzurra è l’uniforme dei controllori d’estate; d’inverno non so cosa si mettano perché quando scende il freddo i controllori sembrano sparire dalla faccia della terra – fortunatamente. Ci sono altre tecniche, come per esempio sedersi vicino all’obliteratrice e timbrare di corsa al primo avvistamento, ma cose così sono per chi ha occhi di falco e sangue freddo.
Quelli veramente esperti non pagano nemmeno la metro. Nella confusione delle sette s’infilano fra i portelli di chi viene prima di loro, oppure passano dalla parte degli abbonamenti, facendo finta di cercarlo nel portafogli e ostentando una faccia tosta invidiabile.
Un’altra regola è che chi è seduto dalla parte del corridoio, anche se il seggiolino vicino a lui è libero, non si sposterà mai. Se vuoi sederti devi chiedergli di spostare le gambe per sgusciargli di fianco. La ragione di ciò mi è un po’ oscura. Forse stanno più comodi vicino al corridoio, forse stanno adottando la tecnica del “scappa se vedi la camicia azzurra” e naturalmente necessitano di tutta la mobilità possibile per sfuggire ai controllori, nel caso questi decidessero di uscire dal loro guscio per fare razzia.
Un discorso a parte lo meritano i notturni. Avete mai giocato alla roulette russa? Nemmeno io, ma prendere un notturno a Roma ci si avvicina parecchio.
Dopo la mezzanotte si apre un mondo di linee tutto diverso. Sono le famigeratissime “enne”. N10, N4, N32 e via così. Chi non abita a Roma pensa che la N stia per “Notturno”, ma noi sappiamo che in realtà significa “Noncisperare”.
L’attesa del suddetto notturno può andare dai cinque minuti – se hai proprio culo eh – a oltre la mezz’ora. Non c’è una via di mezzo: o cinque minuti o tre quarti d’ora. E’ uno di quei paradossi tipo Achille e la tartaruga e bisogna prenderlo così com’è. La cosa più strana di tutta quell’attesa è che il notturno classico di solito va a una velocità folle. Appena sali devi afferrarti a qualcosa entro tre secondi, perché ripartirà sgommando ancor prima che le porte siano chiuse. E poi via in mezzo alle strade – per una volta – deserte.
Il notturno è un territorio franco, senza regole. L’autista di solito fuma con il finestrino aperto, ascolta la musica e non risponde quasi mai a nessuna delle tue domande. In tutto il resto dell’autobus accadono le cose più strane. Mi è capitata gente che si tagliava le unghie dei piedi, spagnoli che gridavano a squarciagola le loro interessantissime opinioni, gruppi veramente tanto ubriachi. Lo strafatto di coca si presenta a scadenza mensile. Una volta si rivolse direttamente a me descrivendomi le sue gesta: “Zio non puoi capire. Gli ho detto che non doveva guardarmi così zio e poi che era un vigliacco zio e se voleva fare quella figura davanti alla sua ragazza zio”. Ero sicuro al 99% che quel tipo non fosse mio nipote ma mi astenni dal farglielo notare.
La più bella fu una notte che pioveva a dirotto e il notturno era strapieno di corpi e capelli bagnati. Notavo che gran parte di quelle facce guardava dietro di me e ammiccava. C’era un cinese nei posti in fondo, con l’ombrello aperto e un sorriso beato stampato sul volto: l’acqua filtrava dal tetto e lui aveva pensato bene di ripararsi. L’autista a un certo punto si fermò e si affacciò dalla sua cabina per capire cosa stava succedendo.
“Eh, piove”, disse il cinese.
Un cenno d’assenso da parte dell’autista e ripartimmo.

I mezzi pubblici romani sono un crogiolo unico di umanità. Se vuoi davvero capire cosa pensa la gente, sali sopra un autobus alle otto di mattina e apri bene le orecchie. Spesso le persone sfogano il proprio disagio con altri sfortunati e sconosciuti pendolari. C’è un senso di cameratismo che si respira nell’aria. Accade soprattutto quando l’autobus ha più di un’ora di ritardo, oppure quando ci sono gli scioperi. Di scioperi ce ne sono a bizzeffe e vengono organizzati sempre di venerdì. Credo che sia per fare il week end lungo. All’inizio provavo un senso di costernazione, poi si trasformò in rabbia, e poi in rassegnazione. Ti devi adattare: sai quando esci di casa ma non sai quando torni – né come torni. Come quando pensi che il tuo autobus stia per arrivare e invece ne passa uno con la scritta DEPOSITO: non ci puoi fare niente. Ogni volta in questi casi qualcuno tira fuori la vecchia storia dell’aumento. Il biglietto è aumentato da 1 euro a 1,50 con uno schiocco di dita. Un vero scempio. Un motivo in più per non farlo e per guardare con bonaria compassione i turisti e i non avvezzi, che come prima cosa quando salgono su un autobus si precipitano all’obliteratrice per timbrare.
Attirato da questa succosa umanità mi trasformo in una specie di stalker. Faccio finta di leggere, ma in realtà osservo i comportamenti delle persone. La ragazza che scrive forsennatamente sul telefono, le signore che parlottano del tempo, l’uomo stravolto che sonnecchia con il cappello sopra gli occhi, il ragazzo che sbircia senza ritegno il telefono della ragazza. Ma soprattutto, cerco d’innamorarmi. Mi innamoro perdutamente almeno una volta per ogni viaggio. Innamorarsi sugli autobus è la cosa più bella e dolorosa del mondo, perché vivi tutte le fasi delle storie nel tempo di cinque fermate. L’incontro, con le farfalle nello stomaco e tutto il resto. Il periodo intermedio, quando lei abbassa gli occhi su ciò che sta facendo anziché darti attenzione. L’abbandono, quando lei scende e poi tu non la rivedrai mai più. Sono cose che ti segnano.
Nonostante i ritardi, la scomodità, il freddo acerbo e il caldo torrido, amo i mezzi pubblici di Roma. Prenderli è come percorrere le vene della città. Mi ci incazzo quasi tutti i giorni, sia chiaro, ma se fossero diversi non sarebbe lo stesso. E se non devi veramente andare da qualche parte puoi anche goderti la loro natura pittoresca.
La cosa più bella di tutte è se ti ritrovi a mezzanotte alla stazione Termini. Una volta ci sono capitato con quella ragazza che tanto tempo fa mi aveva introdotto ai segreti di questo mondo. A mezzanotte succede che parte l’ultima corsa. Gli autisti gettano contemporaneamente le loro sigarette per terra, sbuffano e salgono sul rispettivo mezzo. Ci sono degli addetti che fanno dei grandi segni con le mani, esortazioni e parolacce. A un dato segnale gli autobus partono: tutti insieme. Un gran fracasso, una matassa incomprensibile che trova da sola, miracolosamente, il proprio ordine. Ridemmo come bambini sulle giostre. Davanti a noi passò un autobus che aveva una scritta enorme su un finestrino. Era slavata e incomprensibile, fatta da un giovane arrabbiato e pieno di speranza.

Marco Bruschi

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