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Memorabilia

294533_2232243695399_7688958_nPiove

un sole di ghiaccio
su quest’erba di carta.

E io calpestandola ascolto ogni scricchiolio
e il vociare attorno è come un urlo muto
una lingua che non comprendo.

E ogni pensiero
si dipana
si srotola
s’attorciglia
si conficca
li da dove è venuto
come un dardo che ben conosce il bersaglio.

E cammino
e non guardo
e mi sforzo d’ascoltare il brusio
di quel mondo che mi giunge a tratti
intermittenti
e lampeggianti.

Galleggio come una zattera
illudendomi di fare una rotta,
ma è il mare
che invisibile
allenta le mie assi.

_Alessandro_

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Era Firenze

331296_2613715071945_2120260723_oC’era un sole limpido quel giorno e la vista metteva una gran pace. Camminando un po’ nel parcheggio cercavo di sgranchirmi le gambe, il troppo guidare mi aveva intorpidito. Mi accesi una sigaretta, mi sporsi sul cornicione di piazzale Michelangelo e guardai il panorama, non c’era nulla da fare, sembrava di ammirare una cartolina.

Era la prima volta che salivo in quel punto e la cupola di Santa Maria del Fiore troneggiava sul panorama insieme a Palazzo Vecchio e alla Basilica di Santa Croce. Tutte le case intorno sembravano, sotto di loro, una fitta coltre di nuvole basse spaccate nel mezzo dall’Arno. Era mattina presto.

A quel punto, afferrata la borsa dall’auto, mi decisi a scendere le scalinate del piazzale per scendere in città.

E ad ogni passo verso il livello del mare quelle strade di sanpietrini e ciottolato mi mettevano allegria, sarà stato il sole, la luce o vattelapescaché.

Sul lungarno c’era gente. Chi in bicicletta, con quei caschi che ancora non comprendo e la fascetta alla caviglia per stringere il pantalone, chi invece a piedi, con il cane -tripode, poraccio- a passeggio. L’aria delle nove di mattina si lasciava respirare bene però, mentre piazzale Michelangelo -dietro di me- pareva quasi spingermi un poco verso ponte della Carraia, inciampando a tratti sul marciapiede disconnesso. “Si, si, sto andando.”

Era il preludio di una primavera niente male, passata a consumarmi i tacchi su quelle quattro strade tortuose, a sbagliare strada verso San Benedetto in Alpe e a rubare maldestramente i girasoli dal campo vicino a casa. Che poi ci ho perso le chiavi, la nel mezzo, sarà stato il karma.

L’Arno, grigiastro, stonava un po’ con il verde delle colline attorno. Un paio di canoe in vogata solcavano l’acqua e si nascondevano sotto le volte del ponte. E anche da li la vista mi scippava il verbo dalla bocca, ‘ché ovunque mi voltassi c’era qualcosa da ammirare, da osservare.

E così, guardando e osservando, borsa in spalla e sole ancora obliquo negli occhi, me ne andai per la mia cattiva strada.

_Alessandro Pasotti_

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Agosto

bd5fce2ede9debada89f57c5ff14039dc127780aLentamente

scorrono sui vetri foglie di ippocastano,

e borbottando con calma si sofferma

questo treno

in stazioni di pochi mattoni, dove una fontana piange un poco

sulle mattonelle del piazzale.

E il sole, o quel che ne resta,

lancia qualche timida occhiata

fra le guglie delle colline,

e la vallata opposta pare ritirarsi

come intimorita.

L’odore della pelle

di questi vecchi sedili

spira vorticando nell’aria che corre

da un finestrino all’altro.

Dondolando sui binari m’addormento

mentre il treno delle castagne

barcolla un po’ sulla salita.

_Alessandro Pasotti_

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Lavanderia Automatica

LaverieChe i panni sporchi si lavano in casa, o almeno, così era sempre stato.
La lavanderia automatica era stata il primo posto in cui si era sentita veramente sola. Fino a quel momento, tutto il resto era andato bene: il viaggio, la casa, la città, il lavoro. Gli amici, eh. Gli amici. Quelli erano in Italia, su Skype, una o due sere su sette.

Una sera si era trovata davanti l’inconfutabile fatto: la mancanza di magliette. Si era reso necessario fare questo borsone ed andare alla lavanderia automatica. In tasca, solo le monete, le chiavi e la sua musica.
Tardo pomeriggio e ormai era buio pesto da qualche ora, poche persone in giro e no, non sembravano svedesi. La lavanderia automatica era ancora illuminata. La luce al neon sfondava la vetrina e creava una piccola aureola sulla strada, sul marciapiede nero.

Era aperta fino a mezzanotte, tra il call center e il kebabbaro. Dentro, seduto su una panchina, c’era solo un ragazzo con una felpa rossa con il cappuccio tirato su, sulla testa, e un sacco vuoto, sgonfiato, ai piedi. Leggeva. Uno di quei gialli, uno di quei libri che a lei, a leggerlo quando era buio e poi a dover tornare a casa da sola a piedi, avrebbe fatto paura.

Si avvicinò ad una delle lavatrici, gettò il borsone a terra ed iniziò a tirare fuori i suoi vestiti ed introdurli attraeverso l’oblò, uno per uno. Nella maglietta verde vide il primo giorno delle vacanze, in Spagna, qualche anno prima. Gli esami erano appena finiti e Davide quell’estate le sembrava più bello di sempre, coi capelli biondo cenere e gli occhi azzurri. E lei ora era in quella stupida lavanderia a gettoni, non sapeva neanche più che fine avesse fatto, Davide.

Nella camicia bianca vide il primo colloquio di lavoro. Si rivide arrossire, giocherellare con un bottone di quella camicia. Risentì il tono asettico della voce dell’impiegata delle risorse umane che le diceva «Mi dispiace informarla che». C’erano stati tanti «No», prima di quell’aereo di sola andata.

La lavatrice iniziò a girare e rimescolare i suoi ricordi a ritmo regolare, il rumore del cestello che si intrecciava con quello della lavatrice in cui giravano i panni del ragazzo con il cappuccio rosso. Lui continuava a leggere. Lei, senza dire nulla, gli si sedette accanto.

Tirò fuori dalla tasca la sua musica e scelse una canzone che la fece subito diventare triste. O forse, scelse proprio quella canzone perchè triste, lo era già. Continuava a fissare le macchie di colore che giravano dentro all’oblò.

In quel momento il ragazzo col cappuccio rosso chiuse il libro e la guardò.

Elena C. Mitrani

@lastanzab