15 metri quadri

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In quei quindici metri quadri c’era tutto. Musica forte, amici, non amici, stronzi, gente che parlava, bottiglie di vario uso. In quei quindici metri quadri c’era odore di fumo, legale e non. C’era chi iniziava a puzzare di alcol alle undici e un quarto di sera, chi parlava di primarie del Pd, chi dell’ultimo disco dei Nirvana come se fosse uscito ieri. Qualcuno azzardava sul prossimo dei Queens Of The Stone Age: “L’elettronica in alcune cose di Era Vulgaris era una buona idea”. “Guarda”, risponde l’altro, “secondo me era una merda”. Aggiudicato il round al difensore dello stoner originale. E come per magia dallo stereo parte “I wanna make it wit Chu”, languido pezzo blues che parla di una determinata cosa, come si può capire dal titolo. Nel brano collaborava pure Pj Harvey, e allora il cervello diventa un tutt’uno con la sensualità del brano stesso. Il vino rosso aiuta in questo turbinio di valutazioni, cazzo se aiuta.

Anche l’amico nerd di Ubuntu aiuta con le stesse valutazioni, perché dopo la sua ventottesima considerazione sull’ultimo aggiornamento di sistema ormai hai staccato il cervello da lui. Io Ubuntu lo uso come se fosse windows, solo perché non lo pago e perché mi fa andare il computer come una spada. E stacchi il cervello dal nerd anche perché dall’altra parte della stanza hai visto lei.

Lei è entrata da cinque minuti o forse da cinquanta, non è necessario sapere il quanto o il come, onestamente cambia poco sia a chi scrive, sia a chi legge. L’unica cosa importante è che lei è dall’altra parte della stanza e ridacchia con due amiche. Ha i capelli neri lunghi ma non troppo, porta un vestitino anni ’60 scuro, leggins neri, un golfino sulle spalle chiaro. “Pare tua nonna per come è vestita”, dice il nerd. Lo rispedisco da un altro amico che ha il Mac, litigate se vi piacciono le mele, Jobs o i sistemi open source. Ma che me ne importa? C’è lei dall’altra parte. Lo stereo sembra essersi bloccato sui Queens. Josh Homme sta cantando “Suture Up Your Future”, un pezzo scuro, che quando parte è rabbia inesplosa, vacuità, errare, sembra che i Queens ti stiano prendendo per il culo, vado o non vado? Per Dio, vado o non vado? Ora sono solo in mezzo, i miei pochi amici presenti sono impelagati in altri discorsi. La distanza tra me e lei diventa un corridoio di luce, intorno solo ombra. “Dress” di Pj Harvey. Non so chi ha fatto la selezione della musica, ha ottimi gusti, magari non proprio da festa a casa in stile medie, ma la roba che parte da quello stereo dal look un po’ anni ’90 mi piace, è in linea coi miei gusti. Pj mena duro su quel pezzo, ritmo incalzante da rock ispirato dagli anni ’70. Mi avvicino.

Lei ha il trucco duro intorno agli occhi ma lo sguardo è dolce e allo stesso tempo maturo. I capelli mossi, che da vicino sono ancor più neri, cadono sulle spalle evolvendosi in dei quasi ricci che evocano subito la voglia di giocarci un po’, scherzando su qualche prato in fiore. È ottobre ma fa caldo e pare maggio, se fuori passassero le rondini non mi sorprenderei. Ha un modo particolare di toccare le cose: è delicata eppure forte, stabile, tutto sembra in qualche modo ritornare a quel gusto assaporato incrociandone lo sguardo per pochi secondi. “Piacere”, dico. L’ho detto. Oh merda. “Piacere”, dice lei.
L’avevo detto davvero. “Flavia”. Ah. Aspetta, manca un pezzo: “Enrico”. A Flavia piace il grunge, a Flavia piacciono le chitarre distorte col big muff, a Flavia piacciono i musicisti. Flavia sembra essere stata presa e lanciata là dentro di peso perché stessimo lì a parlare per ore. Flavia bevicchia ma non si espone troppo, è una tipa intelligente, è sarcastica nei commenti ma traspare una certa dolcezza d’animo. Non me lo fate spiegare, tanto avete già capito tutto. In testa l’autunno che pare primavera si tramuta in qualche canzone dei Sigur Ròs. “Hoppìpolla” quando ride, “Glòsòli” quando la osservo senza ascoltarla più e divago con la mente. Ecco, esattamente quando inizia il crescendo con la batteria. Pam pam pam pam pam e l’orchestra vola e io volo con quelle note e continuiamo a parlare e mi chiedo “ma dove cazzo stavi finora? Dove ti tenevano nascosta?”.

Flavia è perfetta. Flavia è… Flavia è uno squillo di cellulare. “Scendo subito”. No, dove vai. Per Dio. Dove vai. “Mi sono venuti a prendere, devo andare. Ciao, magari ci rivediamo”. Magari nulla. Si allontana con un sorriso, il passo educato, sembra danzare sulle mattonelle.
Scende giù, vorrei scendere di corsa per le scale, andare più veloce dell’ascensore che la porta al piano terra. Rimango fermo su quel terrazzo dove eravamo usciti a parlare, via da quei 15 metri quadri con la musica alta.

C’è una macchina rossa in strada. Scende un tizio, si baciano. In testa ritornano le melodie di quella terra lontana che è l’Islanda.

“Glòsòli”, salvami tu, stasera.

_Enrico Strina_

strina.wordpress.com

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