Tramvia, linea 2

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Lavoro in un ufficio affollato, agli angoli del centro. 

Sono cassiere in una banca e ogni giorno devo parlare con centinaia di persone. Ogni giorno alle 8:15 la macchina timbratrice da un morso al mio cartellino e lo risputa ogni sera alle 18:00.

Sono uno di quegli uomini in giacca e cravatta, quelli che per i marciapiedi della città sembrano i nuovi yuppie, con la cravatta stretta e i buoni pasto nel taschino, per risparmiare sul brunch.

I miei colleghi sono brillanti, o per lo meno ci provano ogni giorno ad esserlo. Hanno un biglietto da visita personale e su tutti c’è scritta la parola “consultant”. Mi danno pacche sulle spalle, fanno battute sulle partite di campionato, mi chiedono come è andato il weekend senza ascoltare la risposta. Però mentre lavorano tengono d’occhio il grande orologio che troneggia in ogni ufficio, per essere certi di schizzare fuori da li con tempi che nemmeno Niki Lauda.

I miei superiori, invece, pare camminino su un cuscino d’aria per i corridoi della banca. Quando incrocio il loro sguardo mi sorridono con denti da castoro. I miei superiori fanno ciao con la manina pelosa, mostrando i gemelli d’oro o d’argento ai polsini della camicia, poi si sistemano il ferma cravatta e fanno risuonare i tacchi sul pavimento di marmo. Usano il telefono aziendale per chiamate private, alla moglie, all’amante, alla badante. Non ricordano i nomi degli stagisti, uno spreco di tempo rubato alle chiacchierate interurbane. Poi, davanti alle macchinette del caffè, siamo improvvisamente tutti amici d’infanzia per i dieci minuti concessi dal contratto collettivo aziendale.

I clienti invece sono tanti, è la prima cosa che riesco a dire. Ogni benedetto giorno vedo un’infinità di facce portare al mio cospetto problemi finanziari, guardandomi come se fossi il Pontefice e potessi annullare debiti e ritardi di pagamento. Molti sono anziani, non capiscono un accidenti di quello che cerco di spiegare loro. Agitano il bastone, puzzano di naftalina e sapone di marsiglia. I clienti più giovani non sono migliori. Pretendono, non salutano, alzano la voce. Qualcuno porta con sé il figliolo pubescente per mostrargli il valore del dio denaro.

A volte vorrei falcidiarli tutti.

Comunque, a parte tutto, ogni mattina la mia sveglia suona alle 7:00 antimeridiane spaccate. Mi scrollo il mattone che porto sul petto, mi sbarbo, mi vesto e bevo un caffè pietosamente al volo. Quindi aspetto il tram con la valigetta di pelle in una mano, cercando di trovare una piccola, semplice ragione per essere di buonumore. Non la trovo.

Oggi non suonerà la sveglia però. Oggi non berrò un caffè volando verso l’ascensore. Oggi non salirò su un tram che puzza di pendolare in ansia.

Perché oggi, io, ho il raffreddore.

_Alessandro Pasotti_

 

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