Sarajevo

sarajevo pix
Sono nata a Sarajevo nel 1990, poco prima che scoppiasse la guerra. In Italia ci sono venuta nel 1994, quando la guerra non era ancora finita.
Questa è una frase che negli anni mi sono abituata a dire spesso ogni volta che qualcuno, in qualche modo, scopriva la mia provenienza. Le domande “Ma c’era già la guerra?” e “Quand’è che sei venuta in Italia?” la facevano da padrone.
Le mie risposte sono ormai divenute meccaniche, come quando si ripetono le date di una qualche guerra in un’interrogazione di storia.

Ci penso spesso spesso a Sarajevo. Ogni volta che entro in quella città, sento di conoscerla, sento di essere a casa. In ogni posto dove sono stata non ho mai sentito un senso di appartenenza come quando sono stata lì. Credo davvero che quella città emani un’energia strana, abbia in sé qualcosa di magico. Non è solo una città, è di più.

Un po’ ci credo al soprannaturale, cioè per meglio dire, al fatto che ci sia qualcosa che vada oltre la conoscenza e la percezione. Come per esempio il cane non saprà mai dell’esistenza dei colori, noi sicuramente non vediamo e non sappiamo tante cose.
Per analogia credo che Sarajevo abbia qualcosa “oltre” dentro di sé, qualcosa nascosto a noi. Qualcosa che tiene solo per sé, qualcosa che non so neanche definire ma che sento dentro ogni volta che vedo anche solo una sua foto.

Mi ha lasciato tanto dentro. Prima di dormire mi capita spesso di soffermarmi e pensarci, a Sarajevo.

Stanotte mi sono sdraiata nel letto, ho spento la luce e mi sono messa ad ascoltare “The devil’s work” di Apparat in silenzio.
La camera buia era illuminata solo dalla luce dello schermo, la finestra era aperta e si sentiva la pioggia che cadeva indisturbata, ‘chè a quella tarda ora quasi non passavano macchine.
Ho chiuso gli occhi e ho cercato di immergermi il più possibile nei miei pensieri e ricordi su Sarajevo, come spesso mi capita di fare.

Ho pensato prima alla mia ultima visita tre anni fa, ho pensato alla penultima e poi sempre più indietro nel tempo, cercando di ricordare, cercando di non sentire altro se non i miei pensieri. Senza muovermi, per non rischiare di spostare nessun particolare dei miei ricordi.
Sono tornata indietro percorrendo i miei ricordi come si sfoglierebbe un archivio.

Ogni volta che qualcuno mi chiede se ricordo qualcosa della guerra mi viene in mente subito un particolare e sempre e soltanto quello. Ma stavolta volevo cercare in modo più accurato possibile di ricordarlo, volevo entrarci con tutta l’anima e sentirmi parte di esso, di viverlo veramente.

A Sarajevo, durante la guerra, i miei genitori e io siamo andati a vivere nella casa dei miei nonni materni. L’ho vissuta, quella maledetta guerra, nel periodo fra i 2 e i 4 anni. Ma nonostante l’età, riesco a conservare un ricordo acceso di quei giorni.
Con noi viveva anche mio zio materno, all’epoca neanche ventenne, che passava il tempo a cercare di non farmi sentire il peso della guerra, a cercare di non farmi capire cosa stesse succedendo. Spesso quando sentivamo una bomba cadere mi diceva “Come fa la bomba quando cade?” e io, bambina, imitavo quel suono, quel fischio che sentivo avvicinarsi e terminare nei pressi come un boato. Gli rispondevo imitandolo con la voce, quel suono. Mio zio era felice, mio zio mi guardava esclamando “Brava! Sei bravissima, nessuno sa fare questo suono come te!” e io ero, direi, soddisfatta di questa mia dote di imitare le bombe. Quel giorno, il giorno che ricordo, mi sono prodotta in una splendida riproduzione bellica. Dopo il boato però si sono rotti i vetri della finestra vicina.
Mia nonna è corsa a vedere se stavamo bene, c’erano vetri per terra, li ricordo bene.
Ricordo mia nonna iniziare a raccogliere questi vetri. Volevo aiutarla e così mi sono avvicinata a lei. “Non toccare i vetri che ti tagli!”. Il ricordo di solito finisce lì, ma stanotte volevo toccare quei vetri, volevo riuscire a vedere oltre.

Ma quando nella mia mente, la me stessa da piccola, ha provato a toccare i vetri, tutte le volte è tornata alla realtà. E anche stanotte, ho visto i vetri sempre più vicini e -più forte di me- mi si sono aperti gli occhi.

Non sono mai riuscita a toccare quei vetri, non sono mai a riuscita a tagliarmi neanche solo nel ricordo. Forse è perchè qualcosa dentro di me più di così non vuole ricordare.
Il mio inconscio ha deciso di lasciarmi questo segno labile, senza niente di più e niente di meno. Forse per proteggermi, forse perchè ciò che ho visto non si dovrebbe vedere né a quell’età né mai. Ma questo unico zampillo di bosniaca infanzia, vale più di mille altri, questo ricordo mi accompagna ogni giorno in ogni cosa. La consapevolezza di venire da là, di essere di Sarajevo.

In ogni posto che visiterò, in ogni dove vivrò, dentro di me ci sarà sempre Sarajevo e quei vetri non raccolti.

_Irma Misic_

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