Madou

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Sentì le porte di vetro della fermata Madou richiudersi alle sue spalle.

C’era un neon che lampeggiava sul soffitto, mandando a tratti la sua luce fredda alle pareti piastrellate del sottopassaggio. Poche persone in fondo a quel corridoio, i negozi ovviamente chiusi. Per forza, era l’ultima diligenza quella che aveva preso. Di solito invece camminando per quella fermata di giorno, si percepiva forte e chiaro un misto di odori che spaziavano dalle gaufre dolcissime all’immancabile fratello di sempre, il kebab. Ora niente, solo l’odore dei suoi passi e delle mani in tasca.

La scala mobile era bloccata: massì -pensò- due scalini a piedi e un po’ d’aria fresca che vuoi che siano.
Eccolo il piazzale Madou, in tutta la sua desolazione, con l’asfalto dipinto di giallo, con le vecchie auto anch’esse gialle riempite di piante, nel tentativo di creare una zona pedonale, una sorta di spazio collettivo. E invece questi elementi di colorata urbanità davano piuttosto un’aria vagamente spettrale a quel luogo, quasi fosse un imbuto dove tutto il vento si convogliava, verso Chaussée de Louvain, la lunga via che porta fino alla chiesa.

E mentre camminava ascoltava il rumore delle auto dal Ring, dal grande viale che attorniava il centro. Sembravano lontane più di quanto fossero in realtà. Sembravano rumori confusi ed innocui. Sembravano i genitori che litigano nella stanza accanto, o due più in là, quando si è troppo piccoli per capire che cosa stiano dicendo.

Non aveva mai amato ascoltare musica mentre camminava da solo. Non riusciva a pensare, ma soprattutto ad ascoltare quello che la città aveva da dirgli.
Quella sera Bruxelles non la smetteva di chiacchierare. Il vento scuoteva forte le grandi foto in bianco e nero appese ai fili tra un palazzo e l’altro, la stoffa di queste si arrotolava su se stessa producendo il dolce suono che i drappi di un vestito troppo lungo farebbero al vento.

Era già Chaussée de Louvain, in spiccata discesa.

Era costellata di negozi di abbigliamento, quelli che di giorno sono affollatissimi di persone, con gli espositori delle mutande a tre euro al pacco e le tute da ginnastica in acetato. E beh, ovviamente di kebabbari, immancabili costanti di qualsiasi metropoli che si rispetti. Il kebab con tutti i suoi figli, piatto tradizionale del mondo d’occidente.

D’altronde poi, stava camminando nel quartiere turco.

Mentre continuava a discendere in quel fiume urbano leggermente in discesa invece, a mezzanotte ormai passata, tutti quanti i negozi erano chiusi e spenti. C’erano soltanto un po’ di cartacce per terra, che svolazzavano e cercavano d’inerpicarsi le une sulle altre. Ma le serrande, eh. Nessuno ci faceva mai caso con il rumore del giorno, quasi fossero sovrastate dall’eccessivo vociare. Su ognuna di loro lungo tutta la via vi erano graffiti raffiguranti jazzisti, ognuno di una nazionalità differente, ognuno con il suo strumento ed intento a spingere sui tasti o a soffiare negli ottoni. E mentre i musicisti di mezzo mondo gli suonavano la buonanotte continuava a calpestarsi le suole contro quell’asfalto ancora dipinto di giallo, mentre la strada si allargava verso la chiesa. Le mani sempre in tasca.

Era finalmente buio, notò. In questa città non lo è mai, d’estate. E camminando, sempre dello stesso passo, gli veniva da pensare a quante poche ore di oscurità ci fossero in quel periodo dell’anno. Quattro, cinque? La gente ha bisogno del buio, ogni tanto, per pensare meglio. Al buio si ascolta meglio.

La strada dalla fermata della metro però non gli era mai sembrata così stranamente lunga e l’aria diventava via via più fredda e ostile. E non c’era praticamente nessuno sebbene non fosse troppo tardi.
Gli venne sete e, salvifico, comparve l’uscio di un market in cui si infilò sicuro. Urtando la spalla di un tizio che usciva con quattro birre in mano. E dentro quel market perse tutte le sue sicurezze: aveva veramente sete? o fame? forse una coca poteva andare bene, ma tutte quelle lattine di colori diversi lo guardavano da dietro al vetro appannato del frigorifero. E le patatine, e le merendine, e tutti quei maledetti colori, e pure il tale dietro al bancone che lo fissava lo mandava in crisi.

-In questo mondo c’è troppa scelta, avevo solo sete-

Alla fine la coca vinse sulla moltitudine, sull’eccessiva diversificazione di un luogo piccolo come un market di St. Josse a mezzanotte inoltrata. Sorseggiando la bibita fresca però non si sentì sollevato e dissetato come pensava, ma si accentuò il senso di freddo, di vago disagio, quella maledetta strada sembrava non avere fine, mentre ancora costeggiava le auto parcheggiate lungo il marciapiede.
E così arrivò il turno dell’insegna luminosa della farmacia, che non si fermava un attimo, e ci teneva proprio a comunicargli ad ogni momento quale temperatura -ahimè- ci fosse. 13 gradi, in giugno.

E a quel punto niente più negozi, finiti, solo qualche portone rigato dal tempo e dalle abitudini di un quartiere che alla luce del sole è un formicaio. La strada, ora leggermente in salita, gli comunicava che era finita. Coca ghiacciata à la main, sfoderava il mazzo di chiavi come fosse una colt a tamburo, facendola roteare per mezzo giro attorno all’indice.

Viale alberato, sacchi della spazzatura, portone blu in legno pesante, serratura.
Prese la mira, click.

Era dentro,
di questo, almeno, ne era certo.

_Alessandro Pasotti_

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