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Seguimi

000010“Ehi, seguimi”

Erano appena arrivati in quel bar, quello che era successo prima non se lo ricordavano, non sapevano perchè erano li. Erano in centro. Erano senza ricordi. Era notte.

Statue, immobili sotto il sole
Quattro mura grigie e un pezzo di cielo
Statue, abbandonate sul prato
un materasso e l’erba morta intorno
Questo è il giardino
Per noi
Incantato

“Dammi la mano, ti porto a casa”
“se mi stringi la mano così, ti potrei seguire ovunque; però non lasciarla, perché io da sola non so dove andare”

Camminavano a scatti. Lei sempre davanti a lui. Per tornare a casa dovevano seguire le rotaie del tram. La superficie era piana, non c’erano palazzi o negozi ,non c’erano strade o semafori, solo due rette dritte davanti a loro. In questo deserto, coprivano tutti gli spazi. Come nello spazio, le stelle.

Le statue si stanno muovendo
È bastato un attimo
la tua mano sulla mia
come il vento tra le foglie
la mia vita sulla tua
Questo è il giardino
Da noi
profanato

“non mi lascerai vero?”
“ti sto tenendo la mano, non ti lascio”
“ho la sensazione che non abbiamo molto tempo”
“Per cosa?”
“Potremmo avere solo questa notte, solo quest’estate, solo questa città, solo questa terra”
“Perchè tu conosci altri mondi oltre a questo?”

Si erano fermati. Si trovano a terra, sdraiati. Le strade e i semafori erano ritornati, cosi come i palazzi e i negozi, solo al contrario. Immobili guardavano il mondo capovolto. Avevano iniziato a parlare nelle loro lingue e ad indicare mondi lontani. Si confrontavano, si scambiavano i colori mentre la luna li faceva a strisce.

Fiori nati in silenzio
Coprono i ricordi
Dopo il nostro primo bacio
E il prato si tinge di bianco
Questo è il giardino
Per noi
Segreto

“Sei bella come un fiore ”
“ Sono solo di passaggio? ”
“Eppure io sono fermo quando ti guardo”
“Dove stiamo andando?”

Ripresero a camminare, questa volta più veloci, tagliando la città come scie d’aerei. Lui sempre davanti a lei. Andavano da una parte all’altra, lui cantava e lei nel suo suono viveva. Le loro mani non si erano mai staccate. Erano insieme. Erano ubriachi. Erano più vicini di quanto non lo erano mai stati. Era l’alba.

EPILOGO
“Non mi ricordo più come siamo arrivati a casa ieri sera dopo aver lasciato il bar.”
“Non ti ricordi niente?”
“No niente, e te?
“Solo il cielo che ci sembrava più vicino”

_Adelaide Rachia_

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15 metri quadri

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In quei quindici metri quadri c’era tutto. Musica forte, amici, non amici, stronzi, gente che parlava, bottiglie di vario uso. In quei quindici metri quadri c’era odore di fumo, legale e non. C’era chi iniziava a puzzare di alcol alle undici e un quarto di sera, chi parlava di primarie del Pd, chi dell’ultimo disco dei Nirvana come se fosse uscito ieri. Qualcuno azzardava sul prossimo dei Queens Of The Stone Age: “L’elettronica in alcune cose di Era Vulgaris era una buona idea”. “Guarda”, risponde l’altro, “secondo me era una merda”. Aggiudicato il round al difensore dello stoner originale. E come per magia dallo stereo parte “I wanna make it wit Chu”, languido pezzo blues che parla di una determinata cosa, come si può capire dal titolo. Nel brano collaborava pure Pj Harvey, e allora il cervello diventa un tutt’uno con la sensualità del brano stesso. Il vino rosso aiuta in questo turbinio di valutazioni, cazzo se aiuta.

Anche l’amico nerd di Ubuntu aiuta con le stesse valutazioni, perché dopo la sua ventottesima considerazione sull’ultimo aggiornamento di sistema ormai hai staccato il cervello da lui. Io Ubuntu lo uso come se fosse windows, solo perché non lo pago e perché mi fa andare il computer come una spada. E stacchi il cervello dal nerd anche perché dall’altra parte della stanza hai visto lei.

Lei è entrata da cinque minuti o forse da cinquanta, non è necessario sapere il quanto o il come, onestamente cambia poco sia a chi scrive, sia a chi legge. L’unica cosa importante è che lei è dall’altra parte della stanza e ridacchia con due amiche. Ha i capelli neri lunghi ma non troppo, porta un vestitino anni ’60 scuro, leggins neri, un golfino sulle spalle chiaro. “Pare tua nonna per come è vestita”, dice il nerd. Lo rispedisco da un altro amico che ha il Mac, litigate se vi piacciono le mele, Jobs o i sistemi open source. Ma che me ne importa? C’è lei dall’altra parte. Lo stereo sembra essersi bloccato sui Queens. Josh Homme sta cantando “Suture Up Your Future”, un pezzo scuro, che quando parte è rabbia inesplosa, vacuità, errare, sembra che i Queens ti stiano prendendo per il culo, vado o non vado? Per Dio, vado o non vado? Ora sono solo in mezzo, i miei pochi amici presenti sono impelagati in altri discorsi. La distanza tra me e lei diventa un corridoio di luce, intorno solo ombra. “Dress” di Pj Harvey. Non so chi ha fatto la selezione della musica, ha ottimi gusti, magari non proprio da festa a casa in stile medie, ma la roba che parte da quello stereo dal look un po’ anni ’90 mi piace, è in linea coi miei gusti. Pj mena duro su quel pezzo, ritmo incalzante da rock ispirato dagli anni ’70. Mi avvicino.

Lei ha il trucco duro intorno agli occhi ma lo sguardo è dolce e allo stesso tempo maturo. I capelli mossi, che da vicino sono ancor più neri, cadono sulle spalle evolvendosi in dei quasi ricci che evocano subito la voglia di giocarci un po’, scherzando su qualche prato in fiore. È ottobre ma fa caldo e pare maggio, se fuori passassero le rondini non mi sorprenderei. Ha un modo particolare di toccare le cose: è delicata eppure forte, stabile, tutto sembra in qualche modo ritornare a quel gusto assaporato incrociandone lo sguardo per pochi secondi. “Piacere”, dico. L’ho detto. Oh merda. “Piacere”, dice lei.
L’avevo detto davvero. “Flavia”. Ah. Aspetta, manca un pezzo: “Enrico”. A Flavia piace il grunge, a Flavia piacciono le chitarre distorte col big muff, a Flavia piacciono i musicisti. Flavia sembra essere stata presa e lanciata là dentro di peso perché stessimo lì a parlare per ore. Flavia bevicchia ma non si espone troppo, è una tipa intelligente, è sarcastica nei commenti ma traspare una certa dolcezza d’animo. Non me lo fate spiegare, tanto avete già capito tutto. In testa l’autunno che pare primavera si tramuta in qualche canzone dei Sigur Ròs. “Hoppìpolla” quando ride, “Glòsòli” quando la osservo senza ascoltarla più e divago con la mente. Ecco, esattamente quando inizia il crescendo con la batteria. Pam pam pam pam pam e l’orchestra vola e io volo con quelle note e continuiamo a parlare e mi chiedo “ma dove cazzo stavi finora? Dove ti tenevano nascosta?”.

Flavia è perfetta. Flavia è… Flavia è uno squillo di cellulare. “Scendo subito”. No, dove vai. Per Dio. Dove vai. “Mi sono venuti a prendere, devo andare. Ciao, magari ci rivediamo”. Magari nulla. Si allontana con un sorriso, il passo educato, sembra danzare sulle mattonelle.
Scende giù, vorrei scendere di corsa per le scale, andare più veloce dell’ascensore che la porta al piano terra. Rimango fermo su quel terrazzo dove eravamo usciti a parlare, via da quei 15 metri quadri con la musica alta.

C’è una macchina rossa in strada. Scende un tizio, si baciano. In testa ritornano le melodie di quella terra lontana che è l’Islanda.

“Glòsòli”, salvami tu, stasera.

_Enrico Strina_

strina.wordpress.com

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Tramvia, linea 2

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Lavoro in un ufficio affollato, agli angoli del centro. 

Sono cassiere in una banca e ogni giorno devo parlare con centinaia di persone. Ogni giorno alle 8:15 la macchina timbratrice da un morso al mio cartellino e lo risputa ogni sera alle 18:00.

Sono uno di quegli uomini in giacca e cravatta, quelli che per i marciapiedi della città sembrano i nuovi yuppie, con la cravatta stretta e i buoni pasto nel taschino, per risparmiare sul brunch.

I miei colleghi sono brillanti, o per lo meno ci provano ogni giorno ad esserlo. Hanno un biglietto da visita personale e su tutti c’è scritta la parola “consultant”. Mi danno pacche sulle spalle, fanno battute sulle partite di campionato, mi chiedono come è andato il weekend senza ascoltare la risposta. Però mentre lavorano tengono d’occhio il grande orologio che troneggia in ogni ufficio, per essere certi di schizzare fuori da li con tempi che nemmeno Niki Lauda.

I miei superiori, invece, pare camminino su un cuscino d’aria per i corridoi della banca. Quando incrocio il loro sguardo mi sorridono con denti da castoro. I miei superiori fanno ciao con la manina pelosa, mostrando i gemelli d’oro o d’argento ai polsini della camicia, poi si sistemano il ferma cravatta e fanno risuonare i tacchi sul pavimento di marmo. Usano il telefono aziendale per chiamate private, alla moglie, all’amante, alla badante. Non ricordano i nomi degli stagisti, uno spreco di tempo rubato alle chiacchierate interurbane. Poi, davanti alle macchinette del caffè, siamo improvvisamente tutti amici d’infanzia per i dieci minuti concessi dal contratto collettivo aziendale.

I clienti invece sono tanti, è la prima cosa che riesco a dire. Ogni benedetto giorno vedo un’infinità di facce portare al mio cospetto problemi finanziari, guardandomi come se fossi il Pontefice e potessi annullare debiti e ritardi di pagamento. Molti sono anziani, non capiscono un accidenti di quello che cerco di spiegare loro. Agitano il bastone, puzzano di naftalina e sapone di marsiglia. I clienti più giovani non sono migliori. Pretendono, non salutano, alzano la voce. Qualcuno porta con sé il figliolo pubescente per mostrargli il valore del dio denaro.

A volte vorrei falcidiarli tutti.

Comunque, a parte tutto, ogni mattina la mia sveglia suona alle 7:00 antimeridiane spaccate. Mi scrollo il mattone che porto sul petto, mi sbarbo, mi vesto e bevo un caffè pietosamente al volo. Quindi aspetto il tram con la valigetta di pelle in una mano, cercando di trovare una piccola, semplice ragione per essere di buonumore. Non la trovo.

Oggi non suonerà la sveglia però. Oggi non berrò un caffè volando verso l’ascensore. Oggi non salirò su un tram che puzza di pendolare in ansia.

Perché oggi, io, ho il raffreddore.

_Alessandro Pasotti_

 

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Sarajevo

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Sono nata a Sarajevo nel 1990, poco prima che scoppiasse la guerra. In Italia ci sono venuta nel 1994, quando la guerra non era ancora finita.
Questa è una frase che negli anni mi sono abituata a dire spesso ogni volta che qualcuno, in qualche modo, scopriva la mia provenienza. Le domande “Ma c’era già la guerra?” e “Quand’è che sei venuta in Italia?” la facevano da padrone.
Le mie risposte sono ormai divenute meccaniche, come quando si ripetono le date di una qualche guerra in un’interrogazione di storia.

Ci penso spesso spesso a Sarajevo. Ogni volta che entro in quella città, sento di conoscerla, sento di essere a casa. In ogni posto dove sono stata non ho mai sentito un senso di appartenenza come quando sono stata lì. Credo davvero che quella città emani un’energia strana, abbia in sé qualcosa di magico. Non è solo una città, è di più.

Un po’ ci credo al soprannaturale, cioè per meglio dire, al fatto che ci sia qualcosa che vada oltre la conoscenza e la percezione. Come per esempio il cane non saprà mai dell’esistenza dei colori, noi sicuramente non vediamo e non sappiamo tante cose.
Per analogia credo che Sarajevo abbia qualcosa “oltre” dentro di sé, qualcosa nascosto a noi. Qualcosa che tiene solo per sé, qualcosa che non so neanche definire ma che sento dentro ogni volta che vedo anche solo una sua foto.

Mi ha lasciato tanto dentro. Prima di dormire mi capita spesso di soffermarmi e pensarci, a Sarajevo.

Stanotte mi sono sdraiata nel letto, ho spento la luce e mi sono messa ad ascoltare “The devil’s work” di Apparat in silenzio.
La camera buia era illuminata solo dalla luce dello schermo, la finestra era aperta e si sentiva la pioggia che cadeva indisturbata, ‘chè a quella tarda ora quasi non passavano macchine.
Ho chiuso gli occhi e ho cercato di immergermi il più possibile nei miei pensieri e ricordi su Sarajevo, come spesso mi capita di fare.

Ho pensato prima alla mia ultima visita tre anni fa, ho pensato alla penultima e poi sempre più indietro nel tempo, cercando di ricordare, cercando di non sentire altro se non i miei pensieri. Senza muovermi, per non rischiare di spostare nessun particolare dei miei ricordi.
Sono tornata indietro percorrendo i miei ricordi come si sfoglierebbe un archivio.

Ogni volta che qualcuno mi chiede se ricordo qualcosa della guerra mi viene in mente subito un particolare e sempre e soltanto quello. Ma stavolta volevo cercare in modo più accurato possibile di ricordarlo, volevo entrarci con tutta l’anima e sentirmi parte di esso, di viverlo veramente.

A Sarajevo, durante la guerra, i miei genitori e io siamo andati a vivere nella casa dei miei nonni materni. L’ho vissuta, quella maledetta guerra, nel periodo fra i 2 e i 4 anni. Ma nonostante l’età, riesco a conservare un ricordo acceso di quei giorni.
Con noi viveva anche mio zio materno, all’epoca neanche ventenne, che passava il tempo a cercare di non farmi sentire il peso della guerra, a cercare di non farmi capire cosa stesse succedendo. Spesso quando sentivamo una bomba cadere mi diceva “Come fa la bomba quando cade?” e io, bambina, imitavo quel suono, quel fischio che sentivo avvicinarsi e terminare nei pressi come un boato. Gli rispondevo imitandolo con la voce, quel suono. Mio zio era felice, mio zio mi guardava esclamando “Brava! Sei bravissima, nessuno sa fare questo suono come te!” e io ero, direi, soddisfatta di questa mia dote di imitare le bombe. Quel giorno, il giorno che ricordo, mi sono prodotta in una splendida riproduzione bellica. Dopo il boato però si sono rotti i vetri della finestra vicina.
Mia nonna è corsa a vedere se stavamo bene, c’erano vetri per terra, li ricordo bene.
Ricordo mia nonna iniziare a raccogliere questi vetri. Volevo aiutarla e così mi sono avvicinata a lei. “Non toccare i vetri che ti tagli!”. Il ricordo di solito finisce lì, ma stanotte volevo toccare quei vetri, volevo riuscire a vedere oltre.

Ma quando nella mia mente, la me stessa da piccola, ha provato a toccare i vetri, tutte le volte è tornata alla realtà. E anche stanotte, ho visto i vetri sempre più vicini e -più forte di me- mi si sono aperti gli occhi.

Non sono mai riuscita a toccare quei vetri, non sono mai a riuscita a tagliarmi neanche solo nel ricordo. Forse è perchè qualcosa dentro di me più di così non vuole ricordare.
Il mio inconscio ha deciso di lasciarmi questo segno labile, senza niente di più e niente di meno. Forse per proteggermi, forse perchè ciò che ho visto non si dovrebbe vedere né a quell’età né mai. Ma questo unico zampillo di bosniaca infanzia, vale più di mille altri, questo ricordo mi accompagna ogni giorno in ogni cosa. La consapevolezza di venire da là, di essere di Sarajevo.

In ogni posto che visiterò, in ogni dove vivrò, dentro di me ci sarà sempre Sarajevo e quei vetri non raccolti.

_Irma Misic_

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Madou

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Sentì le porte di vetro della fermata Madou richiudersi alle sue spalle.

C’era un neon che lampeggiava sul soffitto, mandando a tratti la sua luce fredda alle pareti piastrellate del sottopassaggio. Poche persone in fondo a quel corridoio, i negozi ovviamente chiusi. Per forza, era l’ultima diligenza quella che aveva preso. Di solito invece camminando per quella fermata di giorno, si percepiva forte e chiaro un misto di odori che spaziavano dalle gaufre dolcissime all’immancabile fratello di sempre, il kebab. Ora niente, solo l’odore dei suoi passi e delle mani in tasca.

La scala mobile era bloccata: massì -pensò- due scalini a piedi e un po’ d’aria fresca che vuoi che siano.
Eccolo il piazzale Madou, in tutta la sua desolazione, con l’asfalto dipinto di giallo, con le vecchie auto anch’esse gialle riempite di piante, nel tentativo di creare una zona pedonale, una sorta di spazio collettivo. E invece questi elementi di colorata urbanità davano piuttosto un’aria vagamente spettrale a quel luogo, quasi fosse un imbuto dove tutto il vento si convogliava, verso Chaussée de Louvain, la lunga via che porta fino alla chiesa.

E mentre camminava ascoltava il rumore delle auto dal Ring, dal grande viale che attorniava il centro. Sembravano lontane più di quanto fossero in realtà. Sembravano rumori confusi ed innocui. Sembravano i genitori che litigano nella stanza accanto, o due più in là, quando si è troppo piccoli per capire che cosa stiano dicendo.

Non aveva mai amato ascoltare musica mentre camminava da solo. Non riusciva a pensare, ma soprattutto ad ascoltare quello che la città aveva da dirgli.
Quella sera Bruxelles non la smetteva di chiacchierare. Il vento scuoteva forte le grandi foto in bianco e nero appese ai fili tra un palazzo e l’altro, la stoffa di queste si arrotolava su se stessa producendo il dolce suono che i drappi di un vestito troppo lungo farebbero al vento.

Era già Chaussée de Louvain, in spiccata discesa.

Era costellata di negozi di abbigliamento, quelli che di giorno sono affollatissimi di persone, con gli espositori delle mutande a tre euro al pacco e le tute da ginnastica in acetato. E beh, ovviamente di kebabbari, immancabili costanti di qualsiasi metropoli che si rispetti. Il kebab con tutti i suoi figli, piatto tradizionale del mondo d’occidente.

D’altronde poi, stava camminando nel quartiere turco.

Mentre continuava a discendere in quel fiume urbano leggermente in discesa invece, a mezzanotte ormai passata, tutti quanti i negozi erano chiusi e spenti. C’erano soltanto un po’ di cartacce per terra, che svolazzavano e cercavano d’inerpicarsi le une sulle altre. Ma le serrande, eh. Nessuno ci faceva mai caso con il rumore del giorno, quasi fossero sovrastate dall’eccessivo vociare. Su ognuna di loro lungo tutta la via vi erano graffiti raffiguranti jazzisti, ognuno di una nazionalità differente, ognuno con il suo strumento ed intento a spingere sui tasti o a soffiare negli ottoni. E mentre i musicisti di mezzo mondo gli suonavano la buonanotte continuava a calpestarsi le suole contro quell’asfalto ancora dipinto di giallo, mentre la strada si allargava verso la chiesa. Le mani sempre in tasca.

Era finalmente buio, notò. In questa città non lo è mai, d’estate. E camminando, sempre dello stesso passo, gli veniva da pensare a quante poche ore di oscurità ci fossero in quel periodo dell’anno. Quattro, cinque? La gente ha bisogno del buio, ogni tanto, per pensare meglio. Al buio si ascolta meglio.

La strada dalla fermata della metro però non gli era mai sembrata così stranamente lunga e l’aria diventava via via più fredda e ostile. E non c’era praticamente nessuno sebbene non fosse troppo tardi.
Gli venne sete e, salvifico, comparve l’uscio di un market in cui si infilò sicuro. Urtando la spalla di un tizio che usciva con quattro birre in mano. E dentro quel market perse tutte le sue sicurezze: aveva veramente sete? o fame? forse una coca poteva andare bene, ma tutte quelle lattine di colori diversi lo guardavano da dietro al vetro appannato del frigorifero. E le patatine, e le merendine, e tutti quei maledetti colori, e pure il tale dietro al bancone che lo fissava lo mandava in crisi.

-In questo mondo c’è troppa scelta, avevo solo sete-

Alla fine la coca vinse sulla moltitudine, sull’eccessiva diversificazione di un luogo piccolo come un market di St. Josse a mezzanotte inoltrata. Sorseggiando la bibita fresca però non si sentì sollevato e dissetato come pensava, ma si accentuò il senso di freddo, di vago disagio, quella maledetta strada sembrava non avere fine, mentre ancora costeggiava le auto parcheggiate lungo il marciapiede.
E così arrivò il turno dell’insegna luminosa della farmacia, che non si fermava un attimo, e ci teneva proprio a comunicargli ad ogni momento quale temperatura -ahimè- ci fosse. 13 gradi, in giugno.

E a quel punto niente più negozi, finiti, solo qualche portone rigato dal tempo e dalle abitudini di un quartiere che alla luce del sole è un formicaio. La strada, ora leggermente in salita, gli comunicava che era finita. Coca ghiacciata à la main, sfoderava il mazzo di chiavi come fosse una colt a tamburo, facendola roteare per mezzo giro attorno all’indice.

Viale alberato, sacchi della spazzatura, portone blu in legno pesante, serratura.
Prese la mira, click.

Era dentro,
di questo, almeno, ne era certo.

_Alessandro Pasotti_