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Buonanotte

linusDa qualche parte c’è un mondo fatto a forma di coperta
dove non piove mai e tutti stanno all’aria aperta.

C’è un mondo buono come il caffè al mattino
e tutti son simpatici, anche il tuo vicino.

Ci sono strade fatte solo per i piedi
dove le auto non passano, nemmeno le vedi.

Ci sono bar aperti giorno e notte
per una chiara al volo, senza fare a botte.

Ci sono spazi in città dove disegnare
senza alcun rischio di farsi ingabbiare.

Ci son persone che salutan sorridendo
ma è tutto normale, stanno solo vivendo.

In questo mondo sembran tutti gentili
ma non ci son scherzi o giochetti vili.

La gente è calma, ama anche l’arte
e non spreca tempo a falsar le carte.

Questo mondo però ancora non l’ho scovato
ma so per certo che deve essere trovato.

E mentre cerco, ostinato, lo ammetto
c’è una coperta, proprio lì, sul mio letto.

 

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Siamo in tanti, qui dentro

F1010003Sono tante le volte in cui ho creduto di reinventarmi.
Sono davvero molte le circostanze in cui ho tagliato i capelli o allungato la barba nella piena convinzione che quel gesto servisse a rendermi diverso e anonimo al mondo.

Nel tentativo di evolvere ho cambiato diverse città, compagnie, autobus e scrivanie.
Ho variato il modo di portare la camicia o i pantaloni, ho stretto di più i lacci delle scarpe pensando che mi avrebbero permesso di camminare più saldo al terreno.
Ho cambiato marca di tabacco, di cartine, comprato un accendino di colore diverso.
Così, per mettermi allegria.
Ho scovato nuovi supermercati dove fare la spesa, ‘ché mi piace perdermi tra le corsie di biscotti e alcolici.
Ho variato la dieta.
Ho dormito di più, ho dormito di meno, ho cambiato i ritmi della giornata e delle pause dal lavoro.
Ho aggiornato il curriculum.
Sono finalmente riuscito a districarmi dentro una metropolitana senza perdermi.

Mi sono messo in gioco, ho fatto nuove amicizie ed esplorato quartieri di città che non conoscevo.
Mi sono emozionato ogni volta che scoprivo un vicolo nuovo, un bar nascosto sotto qualche portico così, magari solamene camminando.
Ho imparato che significa non accontentarsi e diventare un po’ parte del luogo in cui si vive, anche se non è il proprio.
Ho fatto colazione in compagnia di amici mai più rivisti e l’ho fatta da solo, con quella tranquillità domenicale unica e godereccia. Senza sapere assolutamente cosa avrei fatto durante tutta la giornata. Forse nulla, forse un museo, forse

Ho girato in bicicletta anche se sono pigro.
Ho preso qualche taxi, perché non volevo sedere sullo stesso bus del giorno precedente. Viaggiare in taxi mi è sempre piaciuto perché rispetto ai mezzi pubblici mi è sempre parso come di essere teletrasportato a destinazione. Come in un passaggio segreto all’interno di un videogioco.

Ho provato a piangere a volte. A urlare fortissimo.

Ho comprato un nuovo cappotto, così per darmi un tono.
Ho lavato, una buona volta, gli interni della macchina.
Ho tolto ricordi dalle pareti e messi in una scatola.
Ho investito su me stesso, giocando il più delle volte d’azzardo.
Ho sperimentato nuovi lavori e nuovi mestieri, provandoci.
Ho mutato la mia percezione della fatica, sopportando orari devastanti.

Mi sono immerso nella vita di tante persone, senza chiedermi perché.
Sono anche stato distaccato, con chi non mi ha permesso altro.
Sono stato iracondo, irascibile e capriccioso. Sono stato paziente, buono, generoso, fatalista.
Mi sono cimentato in nuovi hobby.
Ho creduto fino in fondo di potere essere un altro solo perché dormivo in un letto diverso guardando un’altra fetta di cielo.
Ho camminato scalzo sull’erba e sull’asfalto, sporcandomi i piedi di nero.

Ho avuto un cane, ho odiato i gatti. Poi ne ho avuto uno.
Ho provato a riordinare la mia camera, perché con le cose al proprio posto mi sembrava di riuscire a pensare meglio.
Ho preso l’istinto per mano.

Ho provato la sensazione di essere sereno e disteso con qualcuno, senza che ci fossero complicazioni.
Ho bevuto una birra da un angolo diverso di una piazza e ho notato che sembrava più piccola, vista da li.

Ma nonostante le camicie diverse,
nonostante le città, le persone, le cose,
e nonostante i cieli che ho cambiato sulla testa,

alla fine bah.

_Alessandro Pasotti_

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Da Sud-Ovest a Nord-Est

F1000031La traversata fu lunga faticosa e rischiosa. Cominciò con un ostacolo. Uno sperone duro e inamovibile costrinse a un aggiramento che comportò manovre non previste, con conseguente consumo di energia, ormai agli sgoccioli, e tempo. Si provò prima a destra, da dove proveniva un bagliore che faceva immaginare un percorso liscio e aperto. Al contrario, dopo poche rischiosissime mosse, ci si accorse che quella luce quasi accecante era il riflesso della superficie liscia e viscida che respingeva ogni corpo che volesse posarvisi, come una biscia che guizza e non si fa prendere. Si decise quindi di virare a sinistra. Iniziarono le fasi di arretramento e spostamento dall’asse direzionale che sottrassero ulteriori risorse di energia e accorciarono il tempo utile, mettendo in serio pericolo la riuscita dell’impresa. Pur con tutte le dovute precauzioni, non si riuscì ad evitare la collisione con un corpo non identificato, che danneggiò l’involucro da qualche parte. All’arrivo si sarebbero verificati i danni, adesso conveniva ripartire per non mandare in fumo l’impresa che si doveva concludere di lì a poco, pena il fallimento del progetto. E questo sarebbe stato un ulteriore problema. A sinistra tutto andò bene, anche se ci volle parecchio.

Si cominciò finalmente il viaggio.

Lontano appariva l’orizzonte nessun ostacolo per raggiungerlo. Subentrò un certo rilassamento, tutto era ugualmente piatto e noto. Qualcosa passò davanti all’improvviso talmente fulminea da non dare modo di comprenderne né la forma né la dimensione, e costrinse a una brusca frenata. Tutto il carico venne catapultato in avanti, rendendo precario l’equilibrio del mezzo che caracollò e dette l’impressione di crollare. Dopo alcune scosse di assestamento parve ritornare la stabilità e si decise di ripartire, questa volta senza abbassare la guardia. Tra i tanti viaggi effettuati, era la prima volta che si verificava un evento simile e questo creò parecchio spavento. Era forse un segnale? E di che cosa poi? Si decise di non tenerne conto. Si ripartì e tutto filò liscio. Finalmente la stabilità, il viaggio come doveva essere il viaggio, intermezzo tra un posto e un altro tra una vita e un’altra. Il viaggio come viaggio. Questa volta però era solo un traghettamento, il trasferimento di un carico pesante e prezioso, di cui ci si era preso l’impegno e la responsabilità. Non senza titubanza. Il fallimento avrebbe infatti decretato la fine del mezzo di trasporto, che si era sempre distinto per la assoluta affidabilità. La sfida era stata dunque raccolta, il rifiuto stesso avrebbe segnato negativamente il suo futuro. Ad un tratto squittìì ragli rantoli sbattiti d’ali. Niente da una parte niente dall’altra ma inequivocabile il rumore assordante di mostri volanti e il relativo spostamento d’aria. Cosa succedeva?

L’andatura a zig zag tentava di evitare lo scontro che sembrava inevitabile ma nulla cambiava. Quel fragore assurdo nell’aria in alto era forse la fine del mondo? La rassegnazione e il fatalismo sembrò l’unica via d’uscita non si può combattere contro ciò che non si vede. Per la prima volta il mezzo cedeva le armi e lo faceva di fronte a un ostacolo che non poteva prevedere. Ma tutto finì. Nulla sembrava essere successo. Meglio non farsi domande, bisogna arrivare presto, subito! Si ripartì a denti stretti. Dopo un lungo tempo di viaggio calmo e a rischio sonnolenza, un cigolìo dapprima impercettibile poi trasformatosi in un boato col sistema causa-effetto fece tremare tutta la struttura che si piegò su un fianco in prossimità di schiantarsi. Con la determinazione e la forza che viene in soccorso nelle situazioni estreme si riuscì ad evitare il collasso, ma si dovette riprendere il viaggio con una inclinazione che virava al livello d’orizzonte. Ormai la meta era visibile, bastava poco e con la massima precauzione si poteva anche arrivare. Si doveva. Poi però bisognava guardare in faccia la realtà: forse, dopo tanto viaggiare, era venuto il momento di fermarsi. Le strutture non reggevano più e bisognava lasciare il passo a mezzi moderni.

Ma forse era sufficiente cambiare qualche parte. Le nuove tecnologie potevano fare miracoli, anche rinnovare pezzo per pezzo quella che poteva sembrare un’inutile carcassa, che aveva invece un’anima ancora viva e vitale. All’arrivo si dovevano cercare i tecnici migliori e i ricambi più nuovi, costi quel che costi. Ora il viaggio era faticoso, a tratti quasi insostenibile. L’inclinazione faceva perdere l’orientamento e occorrevano tanti piccoli scarti per ritornare sulla rotta.

Piano piano, tutto lo sforzo concentrato a percorre l’ultimo tratto, con quell’orrendo stridore che faceva pensare a un possibile crollo totale da un momento all’altro finalmente il piede toccò la poltrona e il vecchio corpo con le ossa divorate e i muscoli liofilizzati vi si lasciò cadere.

_Giò_

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Tot va bé

klokke oransjerosaVivo in un paese dove tutto funziona. E finalmente capisco l`alto
tasso di suicidi.

Questa mattina mi sono ritrovata a leggere un post su come combattere
la noia. Ironico: mi stavo annoiando. Al lavoro certi giorni si sente
solo l`eco della pioggia e i rumori dei turisti che passeggiano,
fuori. Di solito rifiuto con una certa orgogliosa ostilita` di leggere
cio` che sembra avere un retrogusto zen di auto-convincimento e
filosofia spiccola. Ma oggi non riuscivo a smettere.

Il post in questione descriveva cause ed effetti della noia,
definendola come il risultato di ansia crescente, frustrazione
compulsiva e bassa autostima. Volevo proprio vedere dove andava a
parare! In realta`, piu` leggevo piu` mi sembrava familiare. “Ci
annoiamo perché siamo abituati a trarre piacere da una serie di
attività realmente molto limitata. Guardare un film, mangiare
determinati tipi di cibi, leggere, chiacchierare con un amico, sognare
ad occhi aperti etc. Nel momento in cui non svolgiamo una di queste
attivita` ci sentiamo annoiati, e tendiamo a lamentarci di tutto”. Il
risultato finale e` una reazione a catena per cui o ti annoi, o fai le
solite cose che ti fanno sentire bene.. finche` non ti annoi anche di
quelle. E alla fine ripeti all`ìnfinito le stesse azioni, ti rifugi
dietro le certezze acquisite e nella noia ti senti in qualche modo al
sicuro.

Oh cazzo! La prima reazione e` la conferma della mia ostilita` per le
chiacchiere zen: questa tendenza all`autocommiserazione seguita da
soluzioni da quattro soldi in stile big-life-change mi fanno venire
l`oritcaria. La seconda reazione e` lo stupore: confido a me stessa di
essere profondamente annoiata. Mi rendo conto di essermi attaccata
morbosamente ad una routine vuota, fatta di meccanismi cosi ben oliati
da non richiedere nessuno sforzo ulteriore. Ogni forma di novita` mi
rende ansiosa e dunque frustrata, inadeguata, inappropriata. Eppure
agogno il cambiamento, l`inaspettato, la sfida. O forse semplicemente l`aspetto.

Quando sono diventata questa persona?
E` come quando ingrassi senza controllo. Mangi, come sempre, le stesse
cose, non ci badi nemmeno, i vestiti ti entrano, sono sempre quelli..
poi un giorno ti guardi e ti ritrovi con 10 kili di troppo, anche le
mutande ti stanno strette e tu sei un`altra.
Questa volta io sono ingrassata di noia.

Vivo in un paese devo tutto funziona. Gli stipendi sono alti, la
burocrazia non esiste, lo stato sociale invece esiste per davvero, le
persone sono (se non proprio gentili) di sicuro disponibili, i mezzi
pubblici funzionano bene e le distanze sono minime. La vita e` facile,
ci si arrabbia di rado e tutto fila liscio. Lavoro in centro ma sono
sicura di non fare mai tardi: il bus passa puntualmente alle 8.34 e in
10 minuti sono al negozio. Faccio la spesa al supermercato sotto casa,
due passi e due piani d`ascensore, zero fatica. Ho tempo di andare in
palestra, vedere un film dopo cena, fare una birra con qualche amico
nel weekend. Invidiabile no?

Eppure mi ritrovo ad avere nostalgia della fila in macchina, quando
nel traffico canti a squarciagola la canzone che passano alla radio.
Non sai il titolo, ma la passano ogni mattina mentre sei imbottigliata
per le vie della citta`. E il tipo nella macchina di fianco legge il
giornale e la tipa dietro di te si trucca allo specchietto, perche` ha
dormito 5 minuti in piu` prima di uscire. Mi manca quella speranza che
ti fa credere che forse oggi non ci sara` fila, che forse oggi il
solito Suv non ti tagliera` la strada.. Mi manca quel senso di
liberazione mentre gridi un vaffanculo al motorino che ti supera da
tutte le parti!

Ho nostalgia dell`attesa alla posta, quando ti arrabbi perche`
l`impiegata si sta limando le unghie mentre aspetti, quando la signora
vicino a te passa mezz`ora al telefono per ammazzare il tempo e alla
fine la conosci meglio della tua migliore amica, quando tenti di
contare quanti numeri ci sono tra il 186 e il tuo 235.

Ho nostalgia delle calde serate afose di Luglio, a mangiare gelato
prima che si sciolga. Quel caldo insopportabile che ti annebbia i
pensieri, che ti fa sudare anche se stai fermo, che ti brucia i piedi
quando cammini sull`asfalto con l`infradito.

Vivo in un paese dove tutto funziona. Mi sono lamentata del tempo
perche` piove sempre. Della qualita` del cibo, che a noi italiani fa
ribrezzo (ed ossessione). Del buio, che ti fa dormire 10 ore al giorno
e altrettante di notte. Della gente, fredda in un paese freddo. Anche
di lamentarmi mi sono annoiata.

Vivo in un paese fatto di montagne, ma dove la vita e` piu` piatta di un LP.
Mi ritrovo a nutrirmi di noia, ad avere paura di allontanarmi dai miei
percorsi ormai ben rodati, a sperare che qualcosa mi dia la scossa.
Quando sono diventata questa persona non lo so, come ci sono diventata
si. Vivo in un paese dove tutto va bene, dove la necessita` di
interagire e` ridotta al minimo, dove ognuno e` autosufficente e
indipendente, geneticamente incapace di provare emozioni al di fuori
della routine di un sabato sera da ubriaco.

E` tempo di tornare a casa. Dove non funziona niente, dove fatichi ad
arrivare a fine mese, dove il traffico ti stritola e tutti sono sempre
incazzati. Dove devi ingegnarti a sopravvivere per ogni minima cosa.

Dove non hai modo di annoiarti e sai per certo di essere viva.

_Martina Zipoli_

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Roma in tram

atacCome è successo per la maggior parte delle cose della mia vita, anche ai mezzi pubblici romani sono stato iniziato da una donna. Quando andai a trovarla per la prima volta e fummo sull’autobus le chiesi del biglietto e lei si mise a ridere. Non sapevo ancora che i veri romani il biglietto non lo fanno. Mai.
Il mio motto da studente era “Io alle otto di mattina non ci credo, però esistono. Le otto di mattina sono la prova incontrovertibile dell’esistenza del male”. Adesso ogni giorno le otto di mattina mi vengono sbattute in faccia e l’effetto è sempre devastante. Succede perché lavoro. Lavoro a Roma da un anno e faccio parte dell’orgogliosa, variopinta e disarmante comunità dei fruitori dei mezzi pubblici. Ogni mattina impiego quarantacinque minuti a raggiungere il posto di lavoro, e sono fra quelli maledettamente fortunati.
Il sottobosco dei mezzi pubblici romani è fatto di regole non scritte e tecniche che devi imparare se non vuoi soccombere.
Il mio primo giorno di lavoro, arrivai in ritardo. Il tram 19 si presentò sferragliando come una vecchia giumenta meccanica. Quando si aprirono le porte pensai che semplicemente non era possibile. Centinaia di corpi erano ammassati là dentro, l’uno sull’altro. E la cosa peggiore era che quelli in prima fila mi fissavano. Come a dire: non ci provare nemmeno. Davanti a me ne passarono in quel modo almeno tre.
Non conoscevo ancora la tecnica.
La tecnica è quella di buttarsi a capofitto in mezzo alle persone senza pensarci due volte, qualunque cosa succeda. Allora ti rispetteranno e ti faranno spazio, accogliendoti come uno di loro. Una regola importante però è quella che se sei tu a essere in prima fila devi scendere – letteralmente – dal tram per far passare quelli che vogliono uscire. Non ti devi allontanare troppo dalla porta però, altrimenti sei fottuto. Qualcuno più esperto di te ti passerà avanti e tu rimarrai fuori.
E’ tutta una questione di metodo, tempistiche e punti di vista.

Prendendo sempre lo stesso autobus tutte le mattine cominci a riconoscere le facce stravolte che sono intorno a te. Con alcuni finisci per parlarci – soprattutto quando l’attesa va oltre la mezz’ora – con altri non ci parlerai mai, semplicemente perché non succede.
Impari le dinamiche.
Per esempio se piove, ragazzo, esci un po’ prima di casa, perché succederà qualcosa di strano da qualche parte che bloccherà il traffico e causerà un ritardo. Una sorta di effetto farfalla che potrebbe colpire proprio te. Vivendo a Roma ho imparato che al tempo di percorrenza stimato per raggiungere un qualsiasi posto devi aggiungere dalla mezz’ora all’ora in più. Perché può succedere qualsiasi cosa. Dal motorino che si spatascia per terra, al tram che si blocca in mezzo ai binari, oppure le due o tre sigarette in più fumate dagli autisti, arrivati al capolinea – non ho mai visto un autista non fumatore; credo che non esistano.
Quando finalmente riesci a salire su un autobus – possibilmente quello giusto – si attivano altre dinamiche non scritte, ma molto precise. Per esempio, quando si libera un posto alla stessa distanza fra due persone, scatta un muto duello che è un misto fra il rubabandiera, mezzogiorno di fuoco e il gioco del coniglio di Gioventù Bruciata. In un millesimo di secondo valuti chi è più vicino e quindi avrebbe diritto a sedersi. In questa valutazione però conta anche quanto sei stanco, quanto sei incazzato e altri coefficenti millesimali, come l’età e il sesso dell’altra persona, quante fermate ti mancano prima di scendere, eccetera. Chi fa la prima mossa, di solito vince; chi è troppo di buon cuore, di solito perde.
A volte non sei per niente di buon cuore.
La mattina, per esempio, una delle sacre regole fondamentali è che non ti ci devi nemmeno provare a tenere il posto per il tuo amichetto che è rimasto indietro. Se non è stato abbastanza veloce, o furbo, la legge di sopravvivenza cadrà su di lui come un’incudine, e rimarrà in piedi.

All’inizio per me era un po’ strana questa storia del biglietto, ma anche lì la tecnica è molto semplice. Basta sedersi dalla parte destra del tram e se alla fermata avvisti una camicia azzurra, significa che devi scendere. La camicia azzurra è l’uniforme dei controllori d’estate; d’inverno non so cosa si mettano perché quando scende il freddo i controllori sembrano sparire dalla faccia della terra – fortunatamente. Ci sono altre tecniche, come per esempio sedersi vicino all’obliteratrice e timbrare di corsa al primo avvistamento, ma cose così sono per chi ha occhi di falco e sangue freddo.
Quelli veramente esperti non pagano nemmeno la metro. Nella confusione delle sette s’infilano fra i portelli di chi viene prima di loro, oppure passano dalla parte degli abbonamenti, facendo finta di cercarlo nel portafogli e ostentando una faccia tosta invidiabile.
Un’altra regola è che chi è seduto dalla parte del corridoio, anche se il seggiolino vicino a lui è libero, non si sposterà mai. Se vuoi sederti devi chiedergli di spostare le gambe per sgusciargli di fianco. La ragione di ciò mi è un po’ oscura. Forse stanno più comodi vicino al corridoio, forse stanno adottando la tecnica del “scappa se vedi la camicia azzurra” e naturalmente necessitano di tutta la mobilità possibile per sfuggire ai controllori, nel caso questi decidessero di uscire dal loro guscio per fare razzia.
Un discorso a parte lo meritano i notturni. Avete mai giocato alla roulette russa? Nemmeno io, ma prendere un notturno a Roma ci si avvicina parecchio.
Dopo la mezzanotte si apre un mondo di linee tutto diverso. Sono le famigeratissime “enne”. N10, N4, N32 e via così. Chi non abita a Roma pensa che la N stia per “Notturno”, ma noi sappiamo che in realtà significa “Noncisperare”.
L’attesa del suddetto notturno può andare dai cinque minuti – se hai proprio culo eh – a oltre la mezz’ora. Non c’è una via di mezzo: o cinque minuti o tre quarti d’ora. E’ uno di quei paradossi tipo Achille e la tartaruga e bisogna prenderlo così com’è. La cosa più strana di tutta quell’attesa è che il notturno classico di solito va a una velocità folle. Appena sali devi afferrarti a qualcosa entro tre secondi, perché ripartirà sgommando ancor prima che le porte siano chiuse. E poi via in mezzo alle strade – per una volta – deserte.
Il notturno è un territorio franco, senza regole. L’autista di solito fuma con il finestrino aperto, ascolta la musica e non risponde quasi mai a nessuna delle tue domande. In tutto il resto dell’autobus accadono le cose più strane. Mi è capitata gente che si tagliava le unghie dei piedi, spagnoli che gridavano a squarciagola le loro interessantissime opinioni, gruppi veramente tanto ubriachi. Lo strafatto di coca si presenta a scadenza mensile. Una volta si rivolse direttamente a me descrivendomi le sue gesta: “Zio non puoi capire. Gli ho detto che non doveva guardarmi così zio e poi che era un vigliacco zio e se voleva fare quella figura davanti alla sua ragazza zio”. Ero sicuro al 99% che quel tipo non fosse mio nipote ma mi astenni dal farglielo notare.
La più bella fu una notte che pioveva a dirotto e il notturno era strapieno di corpi e capelli bagnati. Notavo che gran parte di quelle facce guardava dietro di me e ammiccava. C’era un cinese nei posti in fondo, con l’ombrello aperto e un sorriso beato stampato sul volto: l’acqua filtrava dal tetto e lui aveva pensato bene di ripararsi. L’autista a un certo punto si fermò e si affacciò dalla sua cabina per capire cosa stava succedendo.
“Eh, piove”, disse il cinese.
Un cenno d’assenso da parte dell’autista e ripartimmo.

I mezzi pubblici romani sono un crogiolo unico di umanità. Se vuoi davvero capire cosa pensa la gente, sali sopra un autobus alle otto di mattina e apri bene le orecchie. Spesso le persone sfogano il proprio disagio con altri sfortunati e sconosciuti pendolari. C’è un senso di cameratismo che si respira nell’aria. Accade soprattutto quando l’autobus ha più di un’ora di ritardo, oppure quando ci sono gli scioperi. Di scioperi ce ne sono a bizzeffe e vengono organizzati sempre di venerdì. Credo che sia per fare il week end lungo. All’inizio provavo un senso di costernazione, poi si trasformò in rabbia, e poi in rassegnazione. Ti devi adattare: sai quando esci di casa ma non sai quando torni – né come torni. Come quando pensi che il tuo autobus stia per arrivare e invece ne passa uno con la scritta DEPOSITO: non ci puoi fare niente. Ogni volta in questi casi qualcuno tira fuori la vecchia storia dell’aumento. Il biglietto è aumentato da 1 euro a 1,50 con uno schiocco di dita. Un vero scempio. Un motivo in più per non farlo e per guardare con bonaria compassione i turisti e i non avvezzi, che come prima cosa quando salgono su un autobus si precipitano all’obliteratrice per timbrare.
Attirato da questa succosa umanità mi trasformo in una specie di stalker. Faccio finta di leggere, ma in realtà osservo i comportamenti delle persone. La ragazza che scrive forsennatamente sul telefono, le signore che parlottano del tempo, l’uomo stravolto che sonnecchia con il cappello sopra gli occhi, il ragazzo che sbircia senza ritegno il telefono della ragazza. Ma soprattutto, cerco d’innamorarmi. Mi innamoro perdutamente almeno una volta per ogni viaggio. Innamorarsi sugli autobus è la cosa più bella e dolorosa del mondo, perché vivi tutte le fasi delle storie nel tempo di cinque fermate. L’incontro, con le farfalle nello stomaco e tutto il resto. Il periodo intermedio, quando lei abbassa gli occhi su ciò che sta facendo anziché darti attenzione. L’abbandono, quando lei scende e poi tu non la rivedrai mai più. Sono cose che ti segnano.
Nonostante i ritardi, la scomodità, il freddo acerbo e il caldo torrido, amo i mezzi pubblici di Roma. Prenderli è come percorrere le vene della città. Mi ci incazzo quasi tutti i giorni, sia chiaro, ma se fossero diversi non sarebbe lo stesso. E se non devi veramente andare da qualche parte puoi anche goderti la loro natura pittoresca.
La cosa più bella di tutte è se ti ritrovi a mezzanotte alla stazione Termini. Una volta ci sono capitato con quella ragazza che tanto tempo fa mi aveva introdotto ai segreti di questo mondo. A mezzanotte succede che parte l’ultima corsa. Gli autisti gettano contemporaneamente le loro sigarette per terra, sbuffano e salgono sul rispettivo mezzo. Ci sono degli addetti che fanno dei grandi segni con le mani, esortazioni e parolacce. A un dato segnale gli autobus partono: tutti insieme. Un gran fracasso, una matassa incomprensibile che trova da sola, miracolosamente, il proprio ordine. Ridemmo come bambini sulle giostre. Davanti a noi passò un autobus che aveva una scritta enorme su un finestrino. Era slavata e incomprensibile, fatta da un giovane arrabbiato e pieno di speranza.

Marco Bruschi

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Memorabilia

294533_2232243695399_7688958_nPiove

un sole di ghiaccio
su quest’erba di carta.

E io calpestandola ascolto ogni scricchiolio
e il vociare attorno è come un urlo muto
una lingua che non comprendo.

E ogni pensiero
si dipana
si srotola
s’attorciglia
si conficca
li da dove è venuto
come un dardo che ben conosce il bersaglio.

E cammino
e non guardo
e mi sforzo d’ascoltare il brusio
di quel mondo che mi giunge a tratti
intermittenti
e lampeggianti.

Galleggio come una zattera
illudendomi di fare una rotta,
ma è il mare
che invisibile
allenta le mie assi.

_Alessandro_

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Era Firenze

331296_2613715071945_2120260723_oC’era un sole limpido quel giorno e la vista metteva una gran pace. Camminando un po’ nel parcheggio cercavo di sgranchirmi le gambe, il troppo guidare mi aveva intorpidito. Mi accesi una sigaretta, mi sporsi sul cornicione di piazzale Michelangelo e guardai il panorama, non c’era nulla da fare, sembrava di ammirare una cartolina.

Era la prima volta che salivo in quel punto e la cupola di Santa Maria del Fiore troneggiava sul panorama insieme a Palazzo Vecchio e alla Basilica di Santa Croce. Tutte le case intorno sembravano, sotto di loro, una fitta coltre di nuvole basse spaccate nel mezzo dall’Arno. Era mattina presto.

A quel punto, afferrata la borsa dall’auto, mi decisi a scendere le scalinate del piazzale per scendere in città.

E ad ogni passo verso il livello del mare quelle strade di sanpietrini e ciottolato mi mettevano allegria, sarà stato il sole, la luce o vattelapescaché.

Sul lungarno c’era gente. Chi in bicicletta, con quei caschi che ancora non comprendo e la fascetta alla caviglia per stringere il pantalone, chi invece a piedi, con il cane -tripode, poraccio- a passeggio. L’aria delle nove di mattina si lasciava respirare bene però, mentre piazzale Michelangelo -dietro di me- pareva quasi spingermi un poco verso ponte della Carraia, inciampando a tratti sul marciapiede disconnesso. “Si, si, sto andando.”

Era il preludio di una primavera niente male, passata a consumarmi i tacchi su quelle quattro strade tortuose, a sbagliare strada verso San Benedetto in Alpe e a rubare maldestramente i girasoli dal campo vicino a casa. Che poi ci ho perso le chiavi, la nel mezzo, sarà stato il karma.

L’Arno, grigiastro, stonava un po’ con il verde delle colline attorno. Un paio di canoe in vogata solcavano l’acqua e si nascondevano sotto le volte del ponte. E anche da li la vista mi scippava il verbo dalla bocca, ‘ché ovunque mi voltassi c’era qualcosa da ammirare, da osservare.

E così, guardando e osservando, borsa in spalla e sole ancora obliquo negli occhi, me ne andai per la mia cattiva strada.

_Alessandro Pasotti_